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Posted on : Τετάρτη 22 Απριλίου 2026 [ 0 ] comments Label:

Un pensiero sul coro dell’Edipo a Colono Scritto da Francesco Maria Galassi

by : tinakanoumegk




Articoli - 15 Aprile 2026
Un pensiero sul coro dell’Edipo a Colono



Scritto da Francesco Maria Galassi

La celeberrima antistrofe del coro degli anziani del demo attico di Colono, nell’Edipo a Colono di Sofocle (vv. 1224–1238) – tragedia incentrata sugli ultimi giorni di Edipo, cieco ed esule, accolto nel demo attico – è nota a generazioni di studenti attraverso la versione del grande grecista e filologo classico Guido Paduano, che giova qui riproporre; una versione tanto più significativa se si considera che il dramma appartiene all’ultima stagione creativa del poeta, composto negli anni immediatamente precedenti la sua morte (intorno al 406-405 a.C.) e al quale lavorò verosimilmente fino a poco prima di morire, rappresentato, secondo una interpretazione diffusa, postumo nel 401 a.C. all’indomani della sconfitta di Atene nella Guerra del Peloponneso, quando l’orizzonte politico e morale della πόλις appare profondamente incrinato e le promesse della razionalità civica sembrano definitivamente consumate. Secondo l’interpretazione alternativa, ampiamente documentata e argomentata, proposta da Luciano Canfora, la rappresentazione dell’Edipo a Colono va collocata in una data anteriore al 401 a.C., verosimilmente nel 405 a.C., dal momento che Sofocle risulta già annoverato tra i defunti nelle Rane di Aristofane, messe in scena alle Lenee, nel gennaio del 405 a.C.

«Non nascere è il destino migliore, il secondo, appena nati tornare subito da dove si è venuti. Quando è passata la giovinezza con le sue lievi follie chi riesce a sottrarsi alla massa dei travagli? Quale sofferenza è assente? Sangue, discordia, liti, guerre, invidia e in ultimo la vecchiaia stessa, debole, disprezzata, senza amici, senza affetti, dove tutti i mali si radunano insieme». (Edipo a Colono ed. UTET, Torino, 1982, vol. II, pp. 799; 801)

Il rispetto e l’ammirazione che da parte di chi scrive si volgono a questa traduzione sono pieni e senza riserva: nella resa del Paduano il rigore del controllo grammaticale si congiunge a un italiano di nobile tempra letteraria, atto a restituire, senza asprezze né irrigidimenti, la gravità solenne e l’oscura mestizia del dettato sofocleo.

Nondimeno, proprio in virtù di tale eccellenza, essa non dovrebbe essere assunta quale termine ultimo e definitivo, bensì riconosciuta per ciò che più propriamente è: un’autorevole e sapiente mediazione. La piena intelligenza dell’antistrofe – non già sul piano puramente linguistico o contenutistico, ma su quello più profondo e speculativo – richiede, infatti, il confronto diretto con il testo ellenico, nel quale la densità semantica delle voci, l’elezione dei lessemi e il ritmo stesso del canto corale dischiudono risonanze che nessuna traduzione, per quanto alta e felice, può mai compiutamente esaurire.

In questa luce, appare dunque opportuno affrancarsi dall’abito, diffuso ma limitante, di citare le traduzioni d’autore come se fossero testi conclusivi e irrevocabili, riconoscendo loro invece il più autentico ufficio di guida privilegiata verso l’originale, non già di suo vicario. Qui di seguito l’originale greco:

μὴ φῦναι τὸν ἅπαντα νικᾷ λόγον: τὸ δ᾽, ἐπεὶ φανῇ,
βῆναι κεῖθεν ὅθεν περ ἥκει,
πολὺ δεύτερον, ὡς τάχιστα.
ὡς εὖτ᾽ ἂν τὸ νέον παρῇ κούφας ἀφροσύνας φέρον,
τίς πλαγὰ πολύμοχθος ἔξω; τίς οὐ καμάτων ἔνι;
φθόνος, στάσεις, ἔρις, μάχαι
καὶ φόνοι: τό τε κατάμεμπτον ἐπιλέλογχε
πύματον ἀκρατὲς ἀπροσόμιλον
γῆρας ἄφιλον, ἵνα πρόπαντα
κακὰ κακῶν ξυνοικεῖ.

La traduzione corrente di questo celebre coro dell’Edipo a Colono attenua, infatti, in modo sostanziale la radicalità concettuale dello stesso. In particolare, l’introduzione dei termini «destino» e «migliore» proietta sul testo una griglia valoriale e quasi teleologica che il greco non autorizza. In μὴ φῦναι τὸν ἅπαντα νικᾷ λόγον non si afferma che il «non-nascere» sia un bene supremo, né che esso rientri in un disegno del destino: si afferma, più radicalmente, che esso non si limita a dissolvere ogni criterio di giudizio, ma giunge persino a negare il λόγος stesso – inteso non come semplice parola, ma come principio di razionalità, ordine e intelligibilità – e il suo potere ordinatore, proprio quello stesso λόγος al quale i Greci attribuivano valore supremo come principio di intelligibilità, di misura e di senso.

Qui il «non-nascere» (μὴ φῦναι) coincide rigorosamente con il «non-essere», non come scelta morale o paradosso retorico, ma come negazione ontologica preliminare dell’esistenza stessa. L’enunciato secondo cui esso «vince ogni discorso» (τὸν ἅπαντα νικᾷ λόγον) non istituisce una gerarchia di valori, bensì proclama la sconfitta totale del λόγος in quanto tale. Ogni tentativo di spiegare, giustificare o rendere sopportabile l’essere nati risulta vano. Il λόγος non può, quindi, consolare, mediare o redimere: viene semplicemente sopraffatto. Il verbo νικᾷ non indica così una vittoria dialettica, ma un prevalere netto, quasi violento: il «non-nascere» travolge il λόγος. È qui che il coro apre un vero abisso tragico, in cui non crolla soltanto la speranza, ma la possibilità stessa di affermare il senso dell’esistenza.

Allo stesso modo, la traduzione «tornare subito da dove si è venuti» suggerisce un’origine da recuperare, un luogo primigenio dal quale si è provenuti e al quale fare ritorno; tuttavia, βῆναι κεῖθεν ὅθεν περ ἥκει indica semplicemente l’«andarsene da lì, proprio da quel luogo nel quale si è giunti». Non si allude, quindi, ad alcun «ritorno» consolatorio ad un luogo iniziale, né a un «transito» verso un altrove dotato di senso. L’«essere giunti» non è altro che la mera ripresa del precedente «dopo che si è comparsi» (ἐπεὶ φανῇ), che non implica alcun luogo reale di provenienza: essa è un puro evento dell’apparire (il «fenomeno»), contingente, immotivato e, soprattutto, privo di necessità ontologica. L’uomo non viene da qualcosa o da qualche luogo, semplicemente «accade», «si manifesta». Per questo l’andarsene può essere pensato solo come un’uscita dal luogo dell’apparizione, da quel teatro dell’essere, in cui si è stati gettati senza ragione. Vita e morte si riflettono così come entrata e uscita, simmetriche e ugualmente prive di progresso, ma prive di un fine (τέλος), senza possibilità di riscatto e senza valore redentivo. La morte è, in tale quadro, il semplice e definitivo spegnersi dell’accadere, il silenzio che segue a un’apparizione che non avrebbe mai dovuto avere luogo.

Anche la giovinezza (τὸ νέον), che la tradizione tende a caricare di valore positivo, è qui già inscritta nella logica del dolore. Le sue «leggere follie» (κούφας ἀφροσύνας) non costituiscono, difatti, un contrappeso alla sofferenza, né un intervallo di felicità prima della rovina, ma la prima forma della stessa irrazionalità che governa l’intera esistenza. Esse sono «leggere» solo in apparenza: non perché innocue, ma perché ancora prive del peso accumulato del tempo. Nel momento stesso in cui la giovinezza è presente, nessuna sofferenza resta esclusa: τίς πλαγὰ πολύμοχθος ἔξω; τίς οὐ καμάτων ἔνι; La domanda retorica non oppone giovinezza e dolore, ma li sovrappone, annullando ogni possibilità di eccezione.

Il catalogo che segue – invidia (φθόνος), discordia civile (στάσεις), contesa (ἔρις), guerre (μάχαι), omicidi (φόνοι) – non descrive, poi, una degenerazione storica o morale, ma l’articolazione concreta di un conflitto permanente. Questi fenomeni non sono, infatti, deviazioni accidentali, bensì le modalità attraverso cui il πόλεμος (il conflitto) costante si manifesta nella vita umana, tanto nella sfera privata quanto in quella collettiva. L’invidia e la contesa sono la forma quotidiana di ciò che, su scala più ampia, diventa guerra e distruzione; la στάσις civile e l’omicidio non interrompono un ordine, ma ne rivelano la verità più profonda. Non esiste, in tale prospettiva, una pace originaria da cui l’uomo sia caduto: la tensione e lo scontro appartengono alla struttura stessa dell’esistere, come già aveva individuato il filosofo Eraclito di Efeso.

L’esito di questo movimento non può, pertanto, essere catartico, ma puramente cumulativo. La vecchiaia finale non amata (γῆρας ἄφιλον), priva di legami, di forza e di riconoscimento, non rappresenta una fase di saggezza o di compimento, ma solo il luogo in cui «tutti i mali convivono insieme» (πρόπαντα κακὰ κακῶν ξυνοικεῖ). Vita e morte non si dispongono così lungo una linea progressiva, ma descrivono un movimento circolare e chiuso: comparsa e ritiro da una medesima scena, senza avanzamento e senza scopo. Non si tratta del ritorno della stessa vita individuale, ma dell’eterno ritorno della medesima struttura dell’esistere, identica nella sua esposizione al dolore e nella sua mancanza di senso.

In questa prospettiva, il coro sofocleo non enuncia una dottrina né una gerarchia del bene, ma dà voce a una sapienza tragica che si limita a constatare l’esperienza del vivere nella sua irriducibile negatività. Il motivo del «non-nascere» funziona qui come figura-limite del linguaggio tragico, oltre la quale il λόγος si arresta. Non vi è promessa di redenzione né indicazione di un «meglio» realmente conseguibile: il «non-nascere» non salva, semplicemente sottrae l’uomo all’accumulo dell’insensatezza che accompagna l’esistenza.

Diversa è la forma che questa sapienza assumerà quando, nella tradizione filosofica successiva, essendo strappata al silenzio e costretta a farsi discorso. Nell’episodio del satiro Sileno catturato dal re Mida – già attestato in Aristotele (fr. 44 Rose/6 Ross del perduto dialogo Eudemo) e trasmesso da Plutarco nella Consolatio ad Apollonium (Moralia 115b-e) – la verità non è offerta spontaneamente, ma ottenuta per costrizione: Sileno dapprima tace ostinatamente, rifiutando di rispondere alla domanda su ciò che sia «meglio» per l’uomo, e solo quando viene forzato a parlare si apre con un’esclamazione che segna già una frattura radicale tra sapere e comunicabilità: «Essere effimero […] perché mi obblighi a rendere dicibile una verità che sarebbe stato preferibile restasse ignota agli uomini?». La sapienza silenica nasce così sotto il segno della violenza esercitata sul λόγος, non come insegnamento salvifico, ma come verità che eccede la capacità umana di sostenerla. È in questo contesto che l’intuizione tragica viene ricondotta entro una struttura esplicitamente gerarchica, assente nel coro sofocleo. Qui il λόγος non tace più, ma ordina, distinguendo tra un bene supremo, ontologicamente inaccessibile all’uomo, e un bene secondario, umano e realizzabile, che sembra rispecchiare la versione sofoclea del Paduano:

Μετ’ ἀγνοίας γὰρ τῶν οἰκείων κακῶν ἀλυπότατος ὁ βίος. Ἀνθρώποις δὲ πάμπαν οὐκ ἔστι γενέσθαι τὸ πάντων ἄριστον οὐδὲ μετασχεῖν τῆς τοῦ βελτίστου φύσεως (ἄριστον γὰρ πᾶσι καὶ πάσαις τὸ μὴ γενέσθαι)· τὸ μέντοι μετὰ τοῦτο καὶ πρῶτον τῶν ἀνθρώπῳ ἀνυστῶν, δεύτερον δέ, τὸ γενομένους ἀποθανεῖν ὡς τάχιστα.

[«La vita è infatti meno dolorosa quando si vive nell’ignoranza dei propri mali. Ma per gli uomini è del tutto impossibile conseguire il bene supremo o partecipare della natura del meglio (poiché il meglio per tutti, uomini e donne, è non nascere); ciò che viene dopo questo, ed è il primo dei beni realizzabili per l’uomo – sebbene solo il secondo in assoluto – è, una volta nati, morire il più presto possibile».] (Moralia 115e)

Alla luce delle osservazioni precedenti, e senza alcuna pretesa di sostituirsi alla autorevole versione di Guido Paduano, propongo qui, in versi sciolti, una nuova resa del passo, là dove la traduzione d’autore privilegia legittimamente una mediazione interpretativa.

Non nascere vince ogni discorso;
il dipartirsi, invece, dopo che si è comparsi,
di là, proprio donde si è giunti,
con la massima celerità,
tiene di gran lunga il secondo luogo.

Quando è presente la giovinezza,
che seco reca lievi inconsideratezze,
qual colpo gravoso resta escluso?
qual travaglio non sopravviene?

Invidia, discordie civili, contese, pugne
e uccisioni;
e infine cade in sorte
la vecchiezza estrema,
tutta esecrabile, indomita,
scompagnata,
non amata,
là dove tutti i mali,
mali sopra mali,
insieme dimorano.

In questa luce, il coro dell’Edipo a Colono si presenta come uno dei vertici più oscuri e più severi dell’intera poesia tragica greca. Il nichilismo che in esso si manifesta non assume la forma di una dottrina, né si risolve in una polemica contro il valore, ma si esprime piuttosto come una constatazione tragica e irrevocabile dell’insufficienza strutturale del senso. Non v’è qui traccia di ribellione metafisica, né eco di protesta contro un ordine reputato ingiusto; v’è, invece, la lucida e spoglia presa d’atto che l’esistenza, una volta accaduta, non offre al λόγος alcun appiglio stabile, alcuna progressione verso un compimento, alcuna compensazione finale capace di redimerla.

La negatività che attraversa il canto non è episodica né psicologica, ma investe l’essere stesso delle cose: la vita vi appare come un’esposizione continua al dolore, alla contesa, alla perdita, e la vecchiaia non sopraggiunge quale sintesi o maturazione sapiente, bensì come luogo ultimo di accumulo, in cui tutti i mali vengono a confluire. In tal senso il passo sofocleo può dirsi radicalmente disincantato, non perché neghi in modo esplicito il valore dell’esistere, ma perché ne lascia emergere l’impossibilità di un fondamento. Il «non-nascere» non è proposto come rimedio né come bene alternativo: esso si staglia piuttosto come limite estremo del linguaggio e del pensiero, oltre il quale il λόγος si arresta, cessando di argomentare e di promettere. La tragedia, così, non indica vie di scampo né apre spiragli di redenzione; si ferma dinanzi all’oscurità dell’esperienza umana e le consente di parlare in tutta la sua nudità, senza consolazione.

La risoluzione divina cui la tragedia approda non è affidata a un intervento salvifico nel senso morale del termine, ma alla mediazione cultuale e numinosa delle potenze di Colono. Sono anzitutto le Eumenidi, divinità arcaiche, ctonie e ambivalenti, a garantire l’accoglienza finale di Edipo: non dèi della redenzione, ma custodi del limite, della colpa e della memoria. Accanto a esse agisce Teseo, figura politica e sacrale insieme, che non assolve Edipo ma ne riconosce la dignità tragica, accettando che il suo corpo divenga σῆμα (segno) e προστασία (tutela apotropaica per la città). Infine, è Zeus, non come legislatore etico, ma come garante dell’ordine ultimo, a sancire una scomparsa che resta opaca, non narrabile, sottratta allo sguardo umano.

In questo senso, l’esito divino dell’Edipo a Colono non annulla quanto il coro ha proclamato: non restituisce senso alla vita, né confuta il primato del “non-nascere”. Al contrario, il coro ha già condotto il discorso fino al punto in cui ogni fondamento umano dell’esistenza risulta esaurito. In esso sono già presenti tutte le premesse di una visione radicalmente disincantata del vivere. Il successivo intervento degli dèi non risolve questo vuoto, ma lo presuppone. Il divino interviene solo dopo che il λόγος ha esaurito le proprie possibilità, e non per colmare l’abisso, bensì per assumerlo. La salvezza di Edipo, pertanto, non consiste in una giustificazione dell’essere né in una riconciliazione con la vita, ma in una sottrazione dell’esistenza al campo in cui essa è divenuta giudicabile: Edipo non viene redento, ma trasferito fuori dal dominio del λόγος e della storia, in una zona liminare che non riscatta il vivere, ma lo rende non più misurabile secondo categorie umane di senso, utilità o felicità.

Scritto da
Francesco Maria Galassi

Medico, antropologo, fisico e forense, paleopatologo, umanista. Dottore di ricerca e professore associato di antropologia fisica presso l’Università di Łódź (Polonia), possiede cinque abilitazioni scientifiche nazionali italiane – tra cui due per professore ordinario in anatomia e in patologia. Si occupa dello studio delle malattie nel passato e della loro evoluzione, con particolare attenzione alla paleopatologia, alle mummie e ai cold case storici. È inoltre impegnato nella divulgazione scientifica e nel contrasto delle fake news biomediche, collaborando regolarmente con riviste e quotidiani, tra i quali «La Lettura» del «Corriere della Sera». La sua ricerca è recensita e citata a livello internazionale ed è apparsa su testate quali «The Guardian», «El País», «The Independent», «Smithsonian Magazine» e «Newsweek». Autore di circa 300 pubblicazioni scientifiche, tra cui numerosi articoli apparsi su riviste dei gruppi Lancet e Nature, e di vari volumi di saggistica storico-scientifica, nel 2017 la rivista statunitense Forbes lo ha incluso tra i 30 scienziati under 30 più influenti d’Europa. Tra i suoi libri recenti: “È solo un banale raffreddore? Bufale e verità sui malanni di stagione” (Espress 2026, di imminente uscita), “Breve storia dell’antropologia forense. Una pagina nella storia della medicina” (con Elena Varotto, Bookstones Edizioni 2025), “Ankhesenamon. La sposa di Tutankhamon. Un’indagine storica, archeologica e antropologica” (con Michael E. Habicht, Bookstones Edizioni 2024), “Storia delle malattie infettive. La lunga battaglia dell’uomo contro virus e batteri” (Diarkos 2024), “Uomini e microbi. L’eterna battaglia” (Espress 2021), “Ciarlatani. Fake news e medicina dall’antichità ad oggi” (con Elena Percivaldi, Espress 2021). Ha collaborato al libro di Barbara Gallavotti “Le grandi epidemie. Come difendersi. Tutto quello che dovreste sapere sui microbi” (Donzelli 2019).
by : tinakanoumegk

 

Riscoprire 
le pitagoriche

17 Aprile 2026
4 min lettura
Credits Unsplash/Vadim Bogulov
Pitagoriche a Crotone

C’è un paradosso che attraversa la storia del nostro pensiero: celebriamo la città calabrese di Crotone come culla della matematica, ma ne abbiamo rimosso il tratto più d’avanguardia. Nella scuola di Pitagora, la conoscenza non aveva genere. Mentre nel resto della Grecia antica le donne erano relegate al ruolo di “moglie di” e private dei diritti politici, a Crotone, duemilacinquecento anni fa, si compiva una rivoluzione silenziosa.

Per le pitagoriche, la filosofia non fu una fuga dalla propria identità, ma uno strumento di emancipazione capace di valorizzarne le virtù e il ruolo sociale. Una pitagorica, figura centrale in questo senso è Phintys, autrice del trattato De temperantia mulierum (Sulla moderazione delle donne).

Phintys sosteneva una tesi straordinaria per l’epoca: pur riconoscendo sfere di competenza diverse – come il comando degli eserciti per gli uomini – affermava che la filosofia è un terreno comune. Coltivare il coraggio, la giustizia, così come la cura del corpo e della salute, era un dovere condiviso, mentre la moderazione attiene principalmente alle donne. Per Phintys, la differenza dei ruoli sociali non rappresentava un limite, ma il riflesso di un’armonia superiore, in cui le diversità si integrano.

Come evidenziato da Mary Ellen Waithe in A History of Women Philosophers, il contributo delle donne alla storia del pensiero non fu un episodio isolato. Accanto a figure celebri come Teano, Damo, Myia e Arignote, lo storico Giamblico annovera almeno diciassette filosofe attive nella prima scuola, seguite da una lunga tradizione neopitagorica.

Se le pioniere del VI–V secolo a.C. spaziavano tra aritmetica, geometria, musica e astronomia, le loro eredi approfondirono in particolare la natura dell’anima e la relazione tra le virtù. Fu lo stesso Pitagora, noto per i suoi insegnamenti criptici, ad affidare proprio alle donne il compito cruciale della trasmissione dottrinale.

La storia di Ipazia d’Alessandria resta l’emblema di questa tensione: ammirata per il suo equilibrio e la sua erudizione, fu infine vittima dell’intolleranza di chi non accettava un sapere incarnato da una donna.

Eppure, questa eredità è stata oggetto di un oscuramento sistematico. Già nel XVII secolo, lo studioso francese Gilles Ménage censiva 65 pensatrici dell’antichità, denunciando come la storiografia ufficiale avesse deliberatamente ignorato scienziate e mediche di eccellenza.

Come documentato da Alfredo Focà nel suo studio Le donne nella scuola di Pitagora a Crotone, la presenza femminile non era né simbolica né marginale: non erano spettatrici né muse, ma discenti e docenti.

Il caso di Teano è emblematico. Spesso ridotta a semplice “moglie di Pitagora”, fu in realtà la sua erede intellettuale. Insieme ai figli, garantì la sopravvivenza della scuola dopo la morte del maestro, scrivendo di cosmologia e medicina. Questa rimozione ha avuto un costo sociale altissimo: ha privato generazioni di donne di modelli di riferimento – i cosiddetti role model – confinando il genio femminile in un’eccezionalità che, a Crotone, era invece la norma.

Pitagora e Teano educarono le figlie come autentiche custodi e protagoniste del sapere: Damo, custode dei commentari del padre, rifiutò di venderli anche in momenti di difficoltà economica, anteponendo la fedeltà alla conoscenza al profitto. Arignote, autrice di testi complessi sulla struttura della materia e sui misteri religiosi. Myia, le cui lettere sull’armonia quotidiana mostrano come la filosofia pitagorica fosse una pratica capace di coniugare cura domestica e responsabilità pubblica.

Oggi, mentre analizziamo il divario di genere nelle discipline Stem (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) e leggiamo i dati del Global gender gap report, riscoprire la scuola crotoniate non è un esercizio di nostalgia, ma un atto di giustizia.

L’assenza di queste figure dai programmi scolastici è il risultato di una selezione culturale operata nei secoli. Se non raccontiamo che la scienza è nata anche dall'intelligenza delle donne, continueremo a trasmettere l’idea che l’autorità del sapere sia naturalmente maschile.

La sfida che lanciamo da Crotone, punta a un nuovo paradigma: valorizzare le pitagoriche significa smontare lo stereotipo della “donna musa” per restituirle il ruolo di scienziata e protagonista della vita pubblica. Dobbiamo riportare questi nomi nei libri e nell’immaginario collettivo: perché senza la consapevolezza delle nostre radici rivoluzionarie, la parità continuerà a sembrare un’invenzione contemporanea, anziché un diritto millenario.

Per approfondire

A. Focà, Le donne filosofe nella Scuola di Pitagora a Crotone, Laruffa Editore, 2022

by : tinakanoumegk


1. Ο ΧΡΟΝΟΣ ΔΕΝ ΠΡΙΜΟΔΟΤΕΙ ΤΟΝ ΤΣΙΠΡΑ. Έχουμε μήνυμα Τσίπρα μέσω ΕΦΣΥΝ - Εφημερίδα αφίσα εφοπλιστή πετρελαιά. Η πρόσοψη, πρώτη σελίδα, καλύπτεται από την διασημότητα του πρώην πρωθυπουργού. Πίσω, στην αλήθεια, μια ανακατασκευή του ερειπίου του. Δεν μπορεί να πείσει ιδεολογικά. Ο παρελθών χρόνος του είναι εδώ, (το δεν ξεχνώ είναι και εδώ), και δεν ευνοεί την αποκάθαρσή του, δεν μπορεί να καλύψει το συναίσθημα και την λογική της κοινωνίας. Ακόμα και στην φυσική ανακύκλωση δημιουργούνται νέα προϊόντα.
2. ΣΥΝΕΛΕΥΣΗ ΕΤΑΙΡΩΝ ΘΕΣΣΑΛΙΚΗΣ ΑΓΡΟΔΙΑΤΡΟΦΗΣ Υπό την προεδρία Κουρέτα πραγματοποιήθηκε συνέλευση της ΑΜΚΕ, που συμμετείχαν η Περιφέρεια, Δήμοι, Σύνδεσμος Θεσσαλικών Επιχειρήσεων, Σύνδεσμος Βιομηχάνων Θεσσαλίας, Στερεάς Ελλάδας, οι Δήμοι και τα Εμπορικά Επιμελητήρια Θεσσαλίας. ΘΕΜΑ: σύνδεση πρωτογενούς τομέα με μεταποίηση, εμπόριο, και υπηρεσίες, δυνατότητες συνεργειών για την προώθηση των Θεσσαλικών προϊόντων. ΣΤΗΝ ΠΕΛΟΠΟΝΝΗΣΟ αυτά θεωρούνται περιττά. Εδώ δεν γνωρίζουν την παραγωγική δομή του τόπου τους. Για την Περιφέρεια μια κουκίδα του λογότυπού της σημασιοδοτεί το πορτοκάλι ως κεντρικό παραγωγικό προϊόν της. Είναι άξιοι, λοιπόν, για κάτι παραπάνω; Πολιτικό τουρισμό κάνουν και προσωπική αυτοπαραγωγή. 3. ΔΙΚΑΙΩΜΑ ΣΤΗΝ ΕΛΠΙΔΑ Σε πανεπιστημιακούς, επικοινωνιολόγους δεν άρεσε το «δικαίωμα ΣΤΗΝ ελπίδα» σε σποτ της Καρυστιανού. Είπαν ότι αυτό το «ΣΤΗΝ» είναι λάθος. Είναι μια απόδειξη ότι πολλοί μιλούν χωρίς να ξέρουν και πρέπει να μιλούν, αφού αναζητούν. Η έκφραση αυτή συνδέεται με την απελευθέρωση του Οτσαλάν. Ως μια «ρεαλιστική προοπτική απελευθέρωσης». Επίσης η έννοια «δικαίωμα στην ελπίδα» έχει αναδυθεί στην νομολογία του Ευρωπαϊκού Δικαστηρίου. 4. ΔΑΚΡΥΑ ΚΑΙ ΞΥΠΝΗΜΑ, ΣΤΟ ΞΥΛΟΚΑΣΤΡΟ Έρχεται οικονομική καταιγίδα και αντιμετωπίζεται ως κανονική ροή ζωής. Δεν είδαν την μπόρα που ερχόταν. Ήταν ξαφνικό. Το ασθενοφόρο δεν είχε προσωπικό για την κίνησή του. Ίσως μοιραίο για τον συμπολίτη μας. Ξαφνικά, μετά από αυτό, είδαν υπολειτουργία του Κέντρου Υγείας. Πάντα αυτό το κράτος πολλούς τους πιάνει στον ύπνο. Κανένα ενδιαφέρον και συζήτηση για τις υγειονομικές υποδομές. ΑΠΟΥΣΙΑ ΈΝΟΧΗΣ εσωτερικής συνείδησης και προσωπικής ή συλλογικής αίσθησης ευθύνης. 5. Ο ΣΟΣΙΑΛΕΠΑΡΧΙΩΤΙΣΜΟΣ ΤΗΣ ΑΝΝΑΣ Η Διαμαντοπούλου της «4ης βιομηχανικής επανάστασης» τα δουλεύει καλά τα βιντεοσπότ. Από την Κοζάνη στην Αθήνα, στις Βρυξέλλες, τώρα στην Καταλονία κάνει αγώνα για την σοσιαλδημοκρατία, αυτή για την οποία ο ιδρυτής του ΠΑΣΟΚ έλεγε «καμία σχέση». Θέλει να την προτιμήσουμε, γιατί υπάρχει κίνδυνος του φασισμού. Τα καλά και συμφέροντα της εκφυλισμένης ΠΑΣΟΚικής τερατογονίας, σοσιαλεπαρχιωτισμός. «Η ζωή αξίζει, διότι αξίζει να μαθαίνεις» έλεγε ο Ιάκωβος Πολυλάς. Η Άννα πρέπει να μάθει αυτό που γνωρίζουμε: σήμερα έχουμε κρίση της δημοκρατίας και όχι κίνδυνο της δημοκρατίας. Αν και δεν πιστεύω ότι θέλει να μαθαίνει. 6. ΕΝΑΛΛΑΚΤΙΚΟ ΕΘΝΙΚΟ ΣΥΣΤΗΜΑ ΟΙΚΟΝΟΜΙΑΣ ΚΑΙ ΔΙΚΑΙΟΥ Στην ζώνη του Ελληνικού σύγχρονου συλλογικού συνειδητού, νάρκωσης αλλά και αγανάκτησης, οι παρεμβάσεις δικαστικών αρχών σημαίνουν επείγοντα επανακαθορισμό ορίων της γκρίζας ρευστής κοινωνικής κινητικότητας. Η Ελλάδα δεν διαθέτει ένα ΕΘΝΙΚΟ ΣΥΣΤΗΜΑ ΟΙΚΟΝΟΜΙΑΣ ΚΑΙ ΔΙΚΑΙΟΥ. Δεν είναι σκάνδαλα η τυποποίηση και κανονικοποίηση δομών διαφθοράς, αδιαφάνειας και απουσίας λογοδοσίας. Τα ηθικά όρια έχουν μετατοπιστεί. Ένα πλέγμα σχέσεων εξουσίας καλύπτει κυβερνητικές θρασύτητες. Το θεσμικό δίκαιο κατοχυρώνει την πολιτικομιντιακή κυριαρχία. «ΤΟ ΣΥΣΤΗΜΑ ΕΙΝΑΙ ΕΝΟΧΟ ΜΑ ΔΕΝ ΤΟ ΔΙΚΑΣΕ ΚΑΝΕΙΣ». Το είπε ο Καζαντζίδης, ακόμα και πριν τα μνημόνια.
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«του κόσμου είμαι πολίτης, πατρίδα μου έχω τη γη» ΚΩΣΤΗΣ ΠΑΛΑΜΑΣ
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Γρηγόρης Κλαδούχος - Ξυλόκαστρο - 20 Απριλίου 2026
by : tinakanoumegk

 Γιώργος Τασιόπουλος



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Από τον Χ. ΤΡΙΚΟΥΠΗ στα ΤΕΜΠΗ
✔️Ο ΜΙΧΑΛΗΣ ΧΑΡΑΛΑΜΠΙΔΗΣ
📍19 Απριλίου 1882 υπογράφηκε από τον Χαρίλαο Τρικούπη η σύμβαση του σιδηροδρομικού δικτύου της Πελοποννήσου (ΣΠΑΠ).
Η κατασκευή ξεκίνησε επίσημα στις 8 Νοεμβρίου 1882, το δίκτυο επεκτάθηκε ταχύτατα σε όλη την Πελοπόννησο μέχρι το 1902.
✔️Η τακτική λειτουργία του σιδηροδρομικού δικτύου στην Πελοπόννησο σταμάτησε σταδιακά, με κύριο σταθμό την αναστολή των δρομολογίων το 2011, μετά από 120 χρόνια λειτουργίας του από τον πρωθυπουργό Γιώργο Παπανδρέου, στο πλαίσιο των περικοπών λόγω της οικονομικής κρίσης και των μνημονίων.
✔️Η ιδιωτικοποίηση της ΤΡΑΙΝΟΣΕ (της εταιρείας λειτουργίας των τρένων) ολοκληρώθηκε επί κυβέρνησης Αλέξη Τσίπρα τον Σεπτέμβριο του 2017.
Αγοραστής: Η ιταλική κρατική εταιρεία Ferrovie dello Stato Italiane (FS).
Η εταιρεία πουλήθηκε έναντι μόλις 45 εκατομμυρίων ευρώ. Πριν από την πώληση, το ελληνικό δημόσιο διέγραψε χρέη της ΤΡΑΙΝΟΣΕ προς τον ΟΣΕ ύψους περίπου 700 εκατομμυρίων ευρώ.
Σημειώνεται ότι η ιδιωτικοποίηση αφορούσε μόνο τη λειτουργία (τρένα, προσωπικό, δρομολόγια), ενώ η σιδηροδρομική υποδομή (γραμμές, δίκτυο) συνέχισε να επιβαρύνει το κράτος αφού παρέμεινε υπό την ιδιοκτησία και την ευθύνη του κράτους μέσω του Οργανισμού Σιδηροδρόμων Ελλάδος (ΟΣΕ).
Ο Αλέξης Τσίπρας υποστήριξε τότε ότι η πώληση έσωσε την εταιρεία από τη χρεοκοπία και αποτέλεσε την αφετηρία σημαντικών επενδύσεων.
📍Έτσι επωφελήθηκαν οι ιδιώτες «ολιγάρχες», που αγόρασαν τους εθνικούς αυτοκινητοδρόμους, καθώς αυτοί ελέγχονται από κοινοπραξίες όπου συμμετέχουν οι μεγάλοι ελληνικοί κατασκευαστικοί όμιλοι (Ελλάκτωρ, ΓΕΚ ΤΕΡΝΑ, Άβαξ) σε συνεργασία με ξένους επενδυτές και τράπεζες, μέσω συμβάσεων παραχώρησης που έγιναν την ίδια περίοδο που έπαψε να λειτουργεί το σιδηροδρομικό δίκτυο.
📍Όπως, ωφελημένος ήταν και ο κλάδος της διύλισης πετρελαίου που ελέγχεται ουσιαστικά από δύο μεγάλους ιδιωτικούς ομίλους, οι οποίοι διαθέτουν συνολικά τέσσερα διυλιστήρια.
📎Οι δολοφονημένοι των Τέμπών ήταν τα παράπλευρα θύματα αυτής της πολιτικής που οι πρωτεργάτες της ήθελαν να διαφημίζονται ως εγγυητές του εκσυγχρονισμού της χώρας και την οδήγησαν στην χρεοκοπία και τα μνημόνια.
Τα κόμματά τους σήμερα ισχυρίζονται ότι έβγαλαν τη χώρα από τα μνημόνια και θέλουν να ξανακυβερνήσουν όταν το χρέος από τα 366,910 δισ. € το 2008, έφτασε το 2023 τα 566,604 δις €.
🔴Η δεύτερη αφίσα είναι της Δ.Π.Ε. (Δημοκρατική Περιφερειακή Ένωση) του Μιχάλη Χαραλαμπίδη από τις εκλογές του 2000.
Τότε η επιλογή του λαού ήταν οι ψευτοεκσυγχρονιστές των Κ. Σημίτη και Γιωργάκη Παπανδρέου.
📎Τον Μάρτιο του 2023, μετά την τραγωδία των Τεμπών ο Μιχάλης Χαραλαμπίδης έγραφε:
🥀Μιχάλης Χαραλαμπίδης:
ΝΑ ΟΝΟΜΑΣΟΥΜΕ ΤΑ ΠΡΑΓΜΑΤΑ
ΜΑΘΗΜΑΤΑ ΚΑΙ ΑΠΟΦΑΣΕΙΣ ΜΕΤΑ ΤΗΝ ΤΡΑΓΩΔΙΑ
•Πρώτον:
Θα απαγορεύεται να ονομάζονται εκσυγχρονιστές οι επίσημοι πρώην και νυν αριστεροδεξιοί ψευτοεκσυγχρονιστές. Θα πρέπει δηλαδή να παρουσιάζονται και να ονομάζονται με το αληθινό τους όνομα. Ψευδόεκσυγχρονιστές όπως τους αποκάλεσα από την αρχή της διείσδυσης τους.
Ψεύτικες ταυτότητες έχουν και προβάλουν μόνο οι παράνομοι, οι λούμπεν και οι απατεώνες.
Ο Πλάτων θα ήταν σήμερα πολύ αυστηρός μαζί τους. Ο Σωκράτης θα τους ειρωνεύονταν με τον γνωστό του τρόπο.
Το ίδιο ισχύει και για τους “Οικολόγους”, “Πράσινους” σήμερα, αλλά ας μην επεκταθούμε.
Το πόπολο, ο όχλος να μην τους αποκαλεί ηλιθίως έστω και χειραγωγούμενος εκσυγχρονιστές.
•Δεύτερον:
Θα τους απαγορεύεται επίσης να εκφέρουν τις λέξεις “σιδηρόδρομος” και “Τρένο” γιατί είναι γνωστή όχι μόνο η αδιαφορία τους αλλά η εχθρότητα τους προς αυτό.
Δεχόμουν πολλές κατσαπλιάδηκες επιθέσεις όταν το θεωρούσα έργο προτεραιότητας και το υπερασπιζόμουν. Όταν μιλούσα για την διαχείριση των “πακέτων”. Είναι γνωστό τι εννοώ. Επανήλθα και το 2019 με την νέα κυβέρνηση.
•Τρίτον:
Η κάθαρση προϋποθέτει Ήθος, Πολιτικό Ήθος, Πολιτικό Λόγο, Επιστήμη, Αγάπη για τον Τόπο. Υπέρβαση και όχι Λίφτινγκ ενός καταρρεύσαντος ψευτοκατεστημένου Βαλκανικού τύπου, με την χρήση μισθωτών ψευτοκαθηγητών στον τύπο. Κάθε εφημερίδα έχει από ένα ή δύο μασκότ αυτού του τύπου. Με την χρήση σμήνους από έμμισθα παπαγαλάκια. Τελευταία επέδραμαν άγρια επάνω στον Κυπριακό Ελληνισμό. Έγραφα προχθές στο (polis - agora).
Μια συμβουλή προς τους εξωελλαδικούς και “εγχώριους” εργοδότες τους. Τους Κάπους τους. Εξ ου και το DA CAPO.
Να τους μαζέψετε.
•Τέταρτον:
Η Κάθαρση, η Αναγέννηση της Πολιτικής, της Δημόσιας Σφαίρας θα είναι έργο μιας νέας Κοινωνίας Πολιτών και Παραγωγών. Οι δεύτεροι να επιταχύνουν τον βηματισμό τους. Θα είναι έργο των Νέων Γενεών που επιθυμούν μια άλλη Ελλάδα. Μια άλλη Ελλάδα άξια της Ιστορίας της, του Ονόματος της, των Τεράστιων Σύγχρονων Δυναμικών της.
Η Ιστορία και η Γεωγραφία ήταν και είναι μαζί μας.
Μιχάλης Χαραλαμπίδης
Αιξωνή, Μάρτιος 23
📎Βοηθήματα τα βιβλία μου:
-“Εγχώριος ψευτοευρωπαισμός και εγχώρια άλλοθι” Στο “Ελληνική Πολιτική Παιδεία – Η Πολιτική Ως Ανώτερη Τέχνη”
- “Αγροφιλία” όπου αναλύω το τι σημαίνει αληθινός εκσυγχρονισμός στην Ελλάδα.
-“Νέα Αναπτυξιακή Παιδεία – Η Ανάκτηση του Ελληνικού Τρόπου”
-Η Κριτική αλλά και ιδιαίτερα Παιδαγωγική Αφίσα για το Τρένο (2000). Δημιουργικό δικό μου. Στα παραπάνω βιβλία.
Αλλού θα με είχαν βραβεύσει για αυτήν.
Γιατί δεν την προβάλει η κα. Κεραμέως στα σχολεία και τα πανεπιστήμια ώστε να καλλιεργηθεί στην χώρα μια άλλη Αναπτυξιακή Παιδεία. Θα μπορούσαν να το κάνουν και τα Συνδικάτα και οι Σύνδεσμοι Βιομηχάνων.
✔️ΤΙ ΕΙΝΑΙ Η ΤΡΑΓΩΔΙΑ ΤΩΝ ΤΕΜΠΩΝ;
✔️ΕΙΝΑΙ Η ΚΡΙΣΗ ΤΗΣ ΠΟΛΙΤΙΚΗΣ ΣΤΗΝ ΧΩΡΑ.
✔️ΑΝ ΔΕΝ ΤΟ ΚΑΤΑΝΟΕΙΣ ΣΗΜΑΙΝΕΙ ΟΤΙ ΕΙΣΑΙ ΕΝΟΧΟΣ ή ΥΠΟΚΡΙΤΗΣ ή ΗΛΙΘΙΟΣ.
Μιχάλης Χαραλαμπιδης
Αιξωνή, Μάρτιος 23
by : tinakanoumegk

Big tech Usa può “spegnere” i servizi tecnologici in Europa. A iniziare dal settore della difesa

L’Italia è tra i Paesi a rischio. Il Ministero della Difesa britannico ha contratti con Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro. Anche l’esercito tedesco ha un contratto con Google e la Polonia ha firmato con Microsoft. Unico esempio alternativo è costituito dall’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice

(di Virginia Della Sala – ilfattoquotidiano.it) – Esiste un “interruttore di spegnimento”, un cosiddetto “kill switch” digitale a disposizione degli Stati Uniti che potrebbe di colpo interrompere i servizi tecnologici europei. Secondo una analisi del think tank FOTI, Future of Technology Institute (che ha sede a Bruxelles) dal titolo “Cloud Defense: An Exposed European flank” oggi le aziende statunitensi detengono circa l’80% del mercato cloud europeo. “Mentre l’Europa si muove per rafforzare la propria difesa interna di fronte a una gamma crescente di minacce – si legge nel rapporto – Una delle principali vulnerabilità oggi è il cloud computing, che alimenta sistemi vitali per le forze armate europee, dalle armi alla logistica fino alla gestione del personale”.

Contratti nascosti, dipendenza reale

La reale entità della dipendenza europea resta però in gran parte invisibile perché molti contratti sono classificati. Eppure i dati pubblici mostrano già rischi elevati: “Oltre tre quarti degli Stati europei dipendono dalle grandi aziende tecnologiche statunitensi per funzioni critiche di sicurezza nazionale – si legge – : i sistemi in 23 dei 28 Paesi analizzati sembrano fare affidamento su tecnologia statunitense”. I principali fornitori sono Google, Microsoft e Oracle: “Le aziende statunitensi detengono, secondo le stime, circa l’80% del mercato cloud europeo”. Parallelamente, “il governo degli Stati Uniti ha perseguito aggressivamente l’accesso ai dati degli utenti considerati avversari… Questo alimenta le ben note preoccupazioni europee riguardo al CLOUD Act”. Non a caso nel 2022 l’esercito svizzero ha vietato WhatsApp. “Tuttavia, gli eventi recenti hanno ampliato il ‘modello di minaccia’, includendo la concreta possibilità di perdere completamente l’accesso a servizi chiave”.

Il precedente della Corte Penale Internazionale

Il rapporto elabora un parallelismo con quanto è successo lo scorso anno alla Corte Penale Internazionale: Nicolas Guillou, giudice francese della CPI, è stato uno dei sei giudici e tre procuratori sanzionati dall’amministrazione Trump per aver autorizzato mandati di arresto contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. “Ai sensi della legge statunitense – spiega FOTI – persone o aziende americane, comprese le loro filiali all’estero, non possono fornire servizi a individui sanzionati. Questo ha incluso la cancellazione di prenotazioni di viaggio da parte di Expedia, costringendolo a chiamare gli hotel e pagare in contanti, e l’impossibilità di utilizzare il treno nella sua città”. Le stesse sanzioni avrebbero portato Microsoft a disattivare l’email del procuratore capo della CPI Karim Khan. Microsoft ha successivamente contestato la propria responsabilità per gli eventi senza spiegare nel dettaglio cosa fosse accaduto. O ancora, il caso Ucraina durante i negoziati per i minerali critici. Spiega Katja Bego, ricercatore senior presso il Programma Europa di Chatham House: “Un esempio è Maxar, un fornitore commerciale di immagini satellitari, che è stato temporaneamente disattivato nell’ambito dei negoziati. Hanno minacciato di fare lo stesso con Starlink. Se si può fare questo a Kiev si può fare a Londra, Bruxelles, Parigi e Berlino. Si può fare a Copenaghen passando per la Groenlandia”.

Sistemi “sovrani” ma vulnerabili

In Europa 16 ministeri o agenzie della difesa sono classificati ad alto rischio. Anche i sistemi “air-gapped”, teoricamente isolati, utilizzano tecnologia statunitense. “Necessitano di aggiornamenti regolari – spiega il rapporto – e dipendono dalla manutenzione del fornitore statunitense”. Se tale manutenzione venisse interrotta la loro affidabilità e la loro sicurezza sarebbero compromesse”. Il problema è anche tecnico ed economico: margini elevati e licenze brevi. “Molti servizi cloud richiedono il rinnovo delle licenze dopo 30 giorni. Se ti interrompono l’accesso, non puoi più usarli” spiega Tobias B. Bacherle, responsabile Senior per la Promozione in Germania presso il Future of Technology Institute

Mappa dei rischi e casi europei

L’Italia è tra i Paesi a rischio medio insieme a Francia, Spagna e altri, mentre gran parte dell’Europa è ad alto rischio. Solo l’Austria è classificata a rischio basso. I legami con le Big Tech sono diffusi: il Ministero della Difesa britannico ha contratti IT con Google, Oracle, Amazon Web Services e Microsoft per un totale di 1,099 miliardi di euro, in Germania la Bundeswehr ha affidato i propri servizi IT interni a BWI GmbH per un valore totale di 1,6 miliardi di euro, includendo servizi cloud Google. Nel febbraio 2025, il Ministero della Difesa polacco ha firmato un accordo con Microsoft per sviluppare collaborazione in ambiti come intelligenza artificiale e quantum computing. In aprile, ha firmato un accordo analogo con Oracle per servizi di cybersecurity. Ci sono poi i casi di dipendenze nascoste: in Danimarca il governo ha annunciato la sostituzione di Microsoft Office con soluzioni open source in alcune agenzie pubbliche ma il contractor militare SitaWare ha sviluppato BattleCloud, che generalmente opera su infrastruttura Microsoft Azure. Nel 2024 la Spagna ha affidato a Telefónica un contratto da 80,3 milioni di euro per costruire il sistema informativo della difesa (I3D) ma a sua volta Telefónica utilizza infrastruttura Oracle, e il Ministero della Difesa ha speso oltre 7,6 milioni di euro in licenze. “L’Italia – si legge – ha recentemente trasferito i sistemi della difesa sul Polo Strategico Nazionale (PSN), la soluzione cloud sovrana nazionale. Il PSN utilizza tecnologie Google Assured Workload e Oracle Alloy”.

Il modello alternativo

L’unico caso realmente autonomo è l’Austria, che ha avviato una transizione completa verso soluzioni open source come NextCloud e LibreOffice, abbandonando le Big Tech. Un esempio che mostra come la sovranità digitale sia possibile, ma richieda scelte politiche e investimenti strutturali. 

by : tinakanoumegk

 Cronaca, Editoriali, Interno, Politica

Israele e l’implosione da guerra permanente

A muovere questo percorso è il bisogno di sicurezza inteso come costante allargamento del proprio territorio

Tel Aviv (Israele), 16 aprile: in piazza contro il governo Netanyahu e la violenza dei coloni

(di Lucio Caracciolo – repubblica.it) – Israele ha intrapreso un percorso di autodistruzione. A muoverlo è il bisogno di sicurezza inteso come costante allargamento del proprio territorio. Imperativo esaltato dagli estremisti religiosi quale adempimento del mandato divino, che vorrebbe il popolo eletto titolare dello spazio tra Nilo ed Eufrate (Genesi, 15; 18-21).

Dio non essendo cartografo lascia agli ultrasionisti religiosi qualche libertà di interpretazione circa la forma della Terra di Israele. Certo non un sogno da realizzare nel tempo visibile, almeno per i sionisti che curano il senso del limite. Diversi però, non solo ebrei — per esempio l’ambasciatore americano a GerusalemmeMike Huckabee — ne fanno l’ideale di riferimento.

Non entriamo nella disputa georeligiosa. Restiamo all’equazione spazio=sicurezza. Dalla quale discende spazio=identità. Qui sicurezza e identità sono due facce della stessa medaglia. Ovvero del controllo sui territori strappati agli arabi palestinesi dalla guerra dei Sei Giorni (5-10 giugno 1967) a oggi. Spazi da estendere a tempo indeterminato, con traiettorie variabili. Nel menù odierno figurano mezza Gaza — in attesa di riprendere l’altra metà, sotto Hamas — tutta la Cisgiordania (Giudea e Samaria), il Libano meridionale sino al fiume Litani, il Golan con il Monte Hebron e altri territori siriani.

La differenza qualitativa tra le conquiste precedenti e quelle in corso dopo il trauma del 7 ottobre sta nell’enfasi sull’identità più che sulla sicurezza. Il Grande Israele è anzitutto dovere verso se stessi. Autoidentificazione di un popolo eletto.

Di qui il rifiuto del governo Netanyahu di considerare umani coloro che resistono a tanto disegno, come i gazawi e i palestinesi di Cisgiordania. Privi di diritti in quanto non umani. La riduzione del nemico a bestia — ricambiata nella propaganda di Hamas e di altre organizzazioni palestinesi — legittima ogni violenza.

Nella dottrina militare di Gerusalemme l’espansione del territorio serve alla sicurezza “assoluta”. Le Forze di autodifesa di Israele sono impegnate in un’offensiva totale, permanente, destinata a estirpare la minaccia dei “terroristi” (sinonimo di tutti i nemici) una volta per tutte. Basta “tagliare l’erba”, rappresaglie periodiche con cui lo Stato ebraico domava le rivolte palestinesi, tra una tregua e l’altra.

Questo assolutismo minaccia di suicidare Israele. Trascura il vincolo demografico: sette milioni di ebrei, tra cui ancora molti laici e una crescente minoranza ultraortodossa che non si riconosce nello Stato, non possono reggere in eterno fucile al piede spazi sempre più estesi, estendibili per volontà divina, abitati da arabi in gran parte musulmani. A meno di non sterminare gli autoctoni o vessarli per spingerli non si sa dove. Moshe Dayan, eroe dei Sei Giorni, da Gerusalemme liberata/occupata commentava: «Se dovessi scegliere di essere occupato da una nazione, non sceglierei Israele».

I pogrom scatenati dai coloni in Cisgiordania hanno raggiunto intensità tale da spingere il loro massimo protettore nel governo, Bezalel Smotrich, a deplorare «marginali fenomeni di violenza che danneggiano l’intera impresa degli insediamenti». Definizione che include uccisioni a freddo, stupri e atti di mero sadismo.

Come meravigliarsi se la reputazione di Israele nel mondo, persino nell’America garante della sua sicurezza, sia crollata? Mentre dal 7 ottobre ogni anno decine di migliaia di israeliani lasciano la patria per ritrovarsi in una diaspora insicura e divisa, esposta all’odio di chi l’identifica con Netanyahu. Lo Stato ebraico è ormai ostaggio dei coloni, sicuri dell’impunità perché reprimerli scatenerebbe la guerra civile. Proprio per questo possibile.

Completiamo il nesso spazio=sicurezza=identità con la conseguenza diretta: guerra permanente. Ergo, vittoria impossibile. Massacro che rischia di produrre l’esatto opposto di quanto teorizzato dai bellicisti asserragliati nel governo attuale: la sconfitta di Israele, se non la sua fine. Tragico caso di guerra per la guerra, cifra dell’Occidente in decomposizione.

Nel suo studio sopra la «vittoria maledetta» dei Sei Giorni, Ahron Bregman ricorda la saggezza dell’allora premier Levi Eshkol, laburista di origine ucraina, che festeggiava con indice e medio uniti nella churchilliana “V”, segno di Vittoria. Alla moglie Miriam che gli chiedeva se fosse impazzito, rispose: «Questa è una V in yiddish! Significa Vi Krishen arois? Come ne usciamo?».