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πρός τό δεῖν οὕτω



Προηγούμενα εὕσημον λόγον δῶτε








by : tinakanoumegk

24 Maggio 2026

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] In un recente articolo sul Fatto, Maria Rita Gismondo afferma che: “La scienza non possiede intenzioni proprie: è uno strumento”. Si intende qui la Scienza tecnologicamente applicata e non la conoscenza, perché questa è consustanziale all’uomo. Secondo Gismondo, la Tecnologia è in sé e per sé avalutativa, dipende cioè dal modo in cui viene applicata. La Tecnologia non è mai innocente, dipende dal modo in cui viene applicata, di questo si rende conto anche Gismondo quando afferma: “La Scienza ha dato all’uomo un potere che supera la sua capacità di gestirne pienamente le conseguenze”. Il fatto è che quando uno scienziato pone in essere un’innovazione che sembra utilissima non è in grado di valutarne le varianti che mette in circolo. È la questione fondamentale dell’ambiguità della Scienza tecnologicamente applicata, così ben centrata da Martin Heidegger in La questione della tecnica del 1953. Heidegger è stato l’ultimo vero filosofo occidentale, per non parlare dell’Italia, dove è impossibile considerare filosofo quel gonfio di Massimo Cacciari, chi abbia voglia e tempo di triturarsi le palle legga L’Angelo necessario. Più valido se mai è Gianni Vattimo col suo “pensiero liquido”. Ma comunque sono frattaglie, del resto l’Italia non è mai stata forte nel pensiero speculativo, in tanti secoli ha espresso solo Giambattista Vico coi suoi “corsi e ricorsi” che è una sorta di scimmiottatura anticipatoria e involontaria dell’“Eterno ritorno dell’identico” di nietzschiana memoria. L’italiano è stato grandissimo nell’estetica perché nasce fra cose belle, ma non è profondo. […] Mentre Michelangelo e Raffaello dipingevano le meraviglie che dipingevano, che erano il massimo della bellezza estetica, più o meno nello stesso periodo Hieronymus Bosch e Luca Cranach anticipavano Freud e la psicanalisi. La grande introspezione psicologica è nordica (si pensi anche al Settimo Sigillo di Bergman e a tutta la sua opera) mentre il nostro Sud, penso soprattutto a Napoli e alla sua casinistica e simpatica caciara, si distingue per un disinvolto tirare a campare (“Francia o Spagna purché se magna”, ma questo riguarda l’Italia intera). È ovvio che se tu vivi fra i ghiacciai nordici, fra pinguini e foche, hai molto più tempo per pensare. Da questa classificazione sfugge però Leonardo da Vinci che, col suo eclettismo – scienziato, filosofo, architetto, pittore, scultore, disegnatore, trattatista, scenografo, matematico, anatomista, botanico, musicista, geologo, ingegnere e progettista – non può essere inquadrato in nessuna di queste (in termini ippici è l’Hadol du Vivier della situazione). È la sorte di alcuni, pochissimi, geni dell’umanità, fra cui Nietzsche, filologo, filosofo, poeta, aforista, giornalista, polemista (“Sono nato postumo”).

[…] C’è però un’altra considerazione da fare: come osserva lo storico Carlo Maria Cipolla, la Tecnologia come risolve un problema ne pone altri dieci, ancora più complessi. Quindi la Tecnologia ci costringe ad avvitarci in un giro vizioso senza fine. Altro che essere indifferente.

Più cauti furono in questo senso gli antichi Greci. Attraverso i loro formidabili matematici, Pitagora e Filolao tra gli altri, e i loro filosofi, avrebbero potuto costruire, soprattutto i presocratici, Talete, Anassimandro, Anassimene, macchine molto simili alle nostre, ma ritenevano che l’hybris dell’uomo avrebbe provocato, lo dico nei loro termini, la phthonos theòn, cioè ‘l’invidia degli Dei’ e quindi l’inevitabile punizione. […]

Certo, nemmeno i Greci avrebbero potuto arrivare al digitale e all’Intelligenza Artificiale. E sarebbe stato solo un bene anche perché l’IA toglie all’umano una delle sue caratteristiche essenziali: l’intuizione. Per questo gli indigeni delle isole Andamane, non ancora civilizzate, per loro fortuna, si sono salvati durante il maremoto del 2004, mentre gli andemanensi “civilizzati” sono morti come in tutte le altre isole dell’arcipelago. C’è un aneddoto significativo: l’isola di Sumatra stava più o meno nell’epicentro del maremoto. A un certo punto il guardiano di un faro, provvidenzialmente alto, vede che tutti gli animali si misero a correre verso la collina, gli uccelli smisero di cinguettare. Lui guardò il mare e non capiva: in quel momento era calmissimo. Evidentemente gli animali, e con loro gli indigeni, avevano sentito per istinto che c’era qualcosa che non quadrava.

Nietzsche, filologo prima che filosofo, era contrario a Socrate e Platone perché, con la loro intelligenza lineare, molto simile a quella dell’Intelligenza Artificiale, avevano compresso e soffocato ciò che di più autentico c’è nell’essere umano, l’istinto, ed è la situazione in cui viviamo tutt’oggi.

by : tinakanoumegk

 - 24/05/2026

Riflessioni su un genocidio

Fonte: Badiale & Tringali

1. Premessa: le condizioni di un genocidio

Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.

In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato ad una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.

Mi sembra che queste vicende recenti confermino la sostanziale impunità di cui gode Israele ormai da decenni, e che il complesso degli eventi del conflitto in Palestina renda pressante gli interrogativi che questo intervento vuole affrontare: da dove arriva questa sostanziale impunità di Israele? Quali sono le sue “condizioni di possibilità”? E soprattutto, come si può superare questa situazione?

Se è chiara, come dicevo sopra, la generale esigenza strategica statunitense di controllo dell’area mediorientale tramite l’alleato israeliano, i problemi che mi pongo in questo scritto sono due: quello di comprendere le mediazioni attraverso le quali tale esigenza si traduce in costruzioni ideologiche diffuse che rendono accettabile, fra la popolazione dei paesi occidentali, la sostanziale impunità di Israele, e quello di iniziare una critica radicale di tali costruzioni ideologiche.

 

2. La religione dell’olocausto

La mia tesi è che una tale basilare costruzione ideologica, che permea da decenni lo “spirito del tempo” nei paesi occidentali, sia quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, un atteggiamento spirituale che, rispetto al tema di cui stiamo parlando, diventa “religione dell’olocausto”. Uso il termine “religione” perché mi sembra che tali costruzioni ideologiche presentino tutte le caratteristiche di una fede religiosa secolarizzata. I principi cardine della “religione dell’olocausto” sono ben noti: in primo luogo, il genocidio ebraico è il Male Assoluto della storia umana, un evento di violenza assoluta, unica, imparagonabile a qualsiasi altra vicenda storica; in secondo luogo, di riflesso, il popolo ebraico che ha subito tale violenza è la Vittima Assoluta, e in quanto tale ha un “credito morale eterno” nei confronti del resto dell’umanità e in particolare del popolo tedesco, responsabile del nazismo che ha portato al genocidio. Questi principi delimitano i confini di ciò che in Occidente è “rispettabile” nel dibattito politico-culturale. Non rispettare tali confini espone all’accusa di “antisemitismo”, che è l’equivalente di una scomunica. I dogmi della religione dell’olocausto sono diventati, in vari paesi e in vari modi, obblighi di legge, per cui la scomunica di cui si diceva può comportare conseguenze legali. La religione dell’olocausto, oltre ai dogmi sopra enunciati, ha ovviamente una sua liturgia, usualmente denominata “politica della memoria”: film, romanzi, spettacoli televisivi, interventi nelle scuole, viaggi scolastici ad Auschwitz, sono tutte pratiche liturgiche il cui scopo è estendere e rafforzare la presa del dogma religioso sulla popolazione.

Questa nuova religione contemporanea copre i crimini di Israele in vari modi: in primo luogo, traccia una linea divisoria fra l’area sacra del Male Assoluto e l’area profana dei tanti mali della storia umana, ai quali appartengono anche le violenze di Israele, che quindi appaiono meno rilevanti e significative rispetto al Male Assoluto. In secondo luogo, qualsiasi opposizione alle violenze di Israele, in quanto violenze operate dalle Vittime del Male Assoluto, appare come un attacco a tali Vittime, ed è quindi imputabile di contiguità col Male Assoluto stesso. Vale a dire che qualsiasi critica allo Stato di Israele o all’ideologia sionista può essere accusata di contiguità con l’antisemitismo, e quindi può essere classificata come infetta dal Male Assoluto: in questo modo essa viene espulsa dall’area del discorso pubblico accettabile, ed eventualmente può essere legalmente repressa. In terzo luogo, è solo Israele, e la Diaspora che lo supporta, a decidere cosa è antisemitismo e cosa no. La religione dell’olocausto, cioè, ha come conseguenza che chi opera violenze e crimini decide se le critiche a tali violenze e crimini hanno diritto di esistenza nel discorso pubblico accettabile oppure no.

Si può osservare, infine, che è soprattutto la pretesa a un credito morale eterno, ad una assoluzione preventiva eterna, a costituire la premessa spirituale del genocidio. È importante sottolineare che non c’è nulla di specificamente ebraico in questo. Qualsiasi individuo e qualsiasi gruppo umano che godesse di una assoluzione preventiva eterna rispetto ai propri atti, finirebbe per compiere atti orribili.

 

3. Per una critica della religione dell’olocausto

Per combattere l’orrore del genocidio occorre allora combattere la religione dell’olocausto e la sua politica della memoria. Occorre respingere punto per punto la visione della storia che è sottesa alla religione dell’olocausto. Si tratta ovviamente di un compito immane, visto che la religione dell’olocausto è da decenni una componente essenziale dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. In questo scritto devo limitarmi ad indicare alcuni punti che mi sembrano essenziali.

1. Il nazismo è il colonialismo applicato all’Europa.

In primo luogo, per criticare la religione dell’olocausto occorre criticare la visione del nazismo in essa implicita, e sostituirla con un’altra, che si porterà dietro una “politica della memoria” completamente diversa. Nella visione ufficiale l’antisemitismo e il genocidio ebraico sono gli aspetti fondamentali del nazismo, che ne fanno qualcosa di unico e non paragonabile ad altri eventi storici. Occorre allora compiere l’azione “blasfema”, nei confronti della religione dell’olocausto, di negare questa visione diffusa. Non si tratta di inventarsi nuove teorie, ma di riprendere il filo (interrotto nella coscienza di massa) delle classiche interpretazioni marxiste del nazismo. Intendo cioè sostenere che per combattere la sacralizzazione di Israele occorre ricominciare a parlare di nazismo nei modi in cui ne hanno sempre parlato i marxisti: ovvero, in primo luogo, come un’impresa imperialistica e colonialistica, in quanto tale necessariamente razzista, omicida, sterminista. Il punto fondamentale, nel nazismo, non è l’antisemitismo, ma è l’unione di imperialismo e colonialismo. La differenza specifica del nazismo rispetto alle forme precedenti di imperialismo e colonialismo è stata chiarita da intellettuali non occidentali come Aimé Césaire: si tratta del fatto che col nazismo, per la prima volta, le pratiche imperialistiche e coloniali sono applicate ai popoli europei. Il nazismo è “colonialismo applicato all’Europa”, ed è questo il punto decisivo per comprenderne le dinamiche, non l’antisemitismo. La Seconda Guerra Mondiale non si combatte per decidere il destino degli ebrei, la Germania non invade la Polonia per uccidere gli ebrei, ma per crearsi un impero coloniale nell’Est europeo (polacco e russo), sterminando, cacciando o schiavizzando le popolazioni native (gli slavi, e certo anche gli ebrei). È all’interno di questo progetto imperialistico e coloniale che si attua il genocidio ebraico, conseguenza dell’antisemitismo nazista. Antisemitismo nazista e genocidio del popolo ebraico sono fatti storici, ma non sono i fatti decisivi per la comprensione del nazismo.

2.Tutte le vittime sono uguali.

Un altro aspetto da rifiutare, nella religione dell’olocausto, è la sua politica selettiva della memoria. Occorre mettere in primo piano il fatto che la violenza imperialistica della Germania nazista (e dei suoi alleati come Giappone e Italia) ha provocato decine di milioni di vittime: più di 20 milioni solo fra i cittadini dell’URSS. Altri milioni nel corso della lunga occupazione giapponese della Cina, morti sui quali in Occidente non ci si è mai soffermati molto. E anche parlando solo dei campi di concentramento, in essi sono morte tante altre persone, oltre agli ebrei: per esempio milioni di prigionieri di guerra sovietici. Fra tutte queste vittime, fra tutti questi milioni di morti, si è scelto per decenni di porre tutta la luce, tutta l’attenzione sui sei milioni di morti ebrei. La cosa poteva avere un senso esclusivamente se il genocidio ebraico fosse stato assunto a simbolo di tutta l’altra violenza, se dire “mai più” avesse significato “nessun popolo deve mai più subire nulla di simile” e non “gli ebrei non devono mai più subire nulla di simile”. È chiaro che le cose non sono andate così: invece di un rifiuto universalistico della violenza imperialistica e colonialistica che ha portato a violenze ed orrori culminati nel genocidio ebraico, si è avuta una gerarchizzazione selettiva della condizione di vittima, che è stata essenzialmente ristretta al popolo ebraico ed è stata assunta come condizione ereditaria, per poter essere usata a perpetua scusante di ogni crimine dello Stato di Israele, creando così le “condizioni di possibilità” del genocidio di Gaza. Rifiutare la “religione dell’olocausto” implica rifiutare tale politica selettiva della memoria e sostenere la costruzione di una politica universalistica della memoria.

 

3. Il sionismo: un’impresa coloniale

È ben noto che religione dell’olocausto è divenuta uno dei pilastri dell’ideologia sionista (nonostante quest’ultima nasca ben prima), perché la creazione dello Stato ebraico in Palestina appare come una forma di risarcimento per le Vittime Assolute, e quindi come una conseguenza inevitabile della sconfitta dell’antisemitismo nazista. Per criticare questo nesso, occorre utilizzare rigorosamente la caratterizzazione del nazismo come estrema e più radicale impresa imperialista e colonialista. È facile capire che ogni impresa coloniale comporta una qualche forma di razzismo nei confronti della popolazione nativa, perché dire che i nativi sono “non-completamente-umani” è il modo migliore per giustificare il fatto che gli si porta via la terra e li si rende servi, in un modo o nell’altro. Ma questo implica logicamente la possibilità della violenza, perché, una volta creata una categoria di esseri “non-completamente-umani”, nei loro confronti cadono i limiti che in ogni cultura tengono a bada la violenza contro gli umani.

Il nazismo rappresenta il culmine della vicenda coloniale europea, il momento in cui il colonialismo europeo diventa “autofagico”, si rivolge contro la stessa Europa. E la sconfitta del nazismo rappresenta la fine della legittimità degli imperi coloniali. Se questa caratterizzazione è corretta, l’eredità della lottta antinazista sta nelle lotte anticoloniali che si sono susseguite nel secondo dopoguerra, e che hanno portato alla fine degli imperi coloniali europei.

Ma la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, fatta contro la volontà della popolazione nativa, e realizzata con il trasferimento di ebrei di vari paesi, è una impresa coloniale voluta dalle grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta quindi non della rottura col passato imperialista e colonialista dell’Occidente, culminato nel nazismo, ma al contrario di una sua estrema filiazione. Lungi dall’essere espressione dei valori della lotta antinazista, la creazione dello stato di Israele è cioè in piena continuità con quel passato di violenza coloniale che trovò la sua più atroce espressione nel nazismo.

In quanto progetto coloniale il sionismo riproduce tutti gli aspetti disumanizzanti, nei confronti dei nativi, tipici di ogni forma di colonialismo. I crimini del sionismo sono conseguenze inevitabili del progetto sionista, che è quello di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non è ebrea e non desidera far parte di uno Stato ebraico. In questa situazione, la realizzazione del progetto sionista implica necessariamente una delle seguenti azioni, o una loro combinazione:

1. La dittatura del popolo eletto, cioè l’accoglimento di una parte della popolazione nativa in posizione subordinata.

2. La pulizia etnica.

3. Il genocidio.

La concreta politica dello Stato di Israele è passata nei decenni dall’una all’altra di queste possibili azioni, iniziando con la pulizia etnica al tempo della creazione dello Stato, passando attraverso la dittatura militare imposta alle popolazioni dei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni e arrivando al genocidio con la recente guerra contro i civili di Gaza. A questo proposito occorre forse spendere qualche parola sul concetto di “dittatura militare”. È noto che uno dei punti fondamentali della propaganda filoisraeliana è la nozione di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente”. Il punto è che si tratta di una “democrazia del popolo dei signori”, cioè di una democrazia non universalistica, che quindi non è una vera democrazia. Democrazia vorrebbe infatti dire “potere del popolo”, e nei tempi moderni questo significa che il popolo soggetto a un potere statale ha diritto di controllo sul potere stesso, innanzitutto tramite il voto. Ora, da poco meno di sessant’anni, i palestinesi dei territori occupati sono sottoposti a un potere che incide pesantemente sulle loro vite (per esempio, creando sempre nuove colonie israeliane) ma rispetto al quale essi non hanno nessun potere di controllo. I cittadini israeliani votano e, in linea di principio, potrebbero votare partiti decisi a fermare la creazione di colonie in Cisgiordania. I palestinesi della Cisgiordania non possono farlo. Perciò il potere israeliano nei loro confronti è un potere sul quale essi non hanno nessun controllo o contrappeso, è cioè un potere tirannico, dittatoriale. E non si tratta di una situazione contingente: l’occupazione israeliana dura da quasi sessant’anni, più della metà della vita dello Stato di Israele. Abbiano cioè a che fare con uno Stato che esiste da circa ottant’anni e che negli ultimi suoi sessant’anni di esistenza ha esercitato un potere dittatoriale su una popolazione che non ha nessun mezzo di difesa da esso, e in particolare nessun diritto di voto su di esso. Di fronte a queste considerazioni, la definizione di Israele come Stato democratico sembra non reggere. D’altra parte, questa situazione non è un fatto casuale, un imprevedibile effetto collaterale: esso è conseguenza logica del progetto sionista, che è quello, ripetiamolo, di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non desidera far parte di tale Stato. L’occupazione militare di terre abitate dai palestinesi è allora necessaria, all’interno del progetto sionista, e quindi è necessaria la dittatura militare nei confronti delle popolazioni occupate. La caratterizzazione dello Stato di Israele come dittatura militare sui palestinesi è cioè intrinseca alla natura stessa del progetto sionista, almeno finché esisteranno palestinesi in Palestina.

 

4. Sionismo e antisemitismo

Come tutte le fedi fanatiche, anche la religione dell’olocausto copre le proprie contraddizioni accusando di malvagità coloro che la criticano. L’accusa ovvia è quella di antisemitismo. È allora interessante notare che il sionismo condivide alcuni assunti fondamentali con l’antisemitismo. Sostenendo che gli ebrei sono un popolo che deve costituire un proprio Stato etnico in Palestina, il sionismo implica che i cittadini ebrei di Francia, Germania, Inghilterra, Polonia ecc. non sono cittadini come tutti gli altri. La cosa appare del tutto evidente se si pensa che viene presentato come un fatto ovvio e naturale che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sopravvissuti si trasferiscano in Palestina. Questo è certo umanamente comprensibile: persone perseguitate, vittime di atroci violenze che sfuggono a un panorama di distruzione e cercano di rifarsi una vita. Cos’altro potevano fare? La risposta però è banale. Gli ebrei sfuggiti al genocidio potevano fare quello che alla fine della guerra hanno fatto tutti gli altri profughi e prigionieri (compresi molti ebrei come Primo Levi): tornarsene ai loro paesi, alle loro case. Il sionista può replicare che le case erano distrutte, e i paesi di cui gli ebrei erano cittadini, in molti casi li avevano perseguitati. E a questo si potrebbe rispondere che le case si ricostruiscono, e che milioni di uomini e donne in tutto il mondo avevano sofferto sacrifici fino alla morte per sconfiggere il nazismo e quindi anche il suo antisemitismo. Ma non si tratta qui di discutere su cosa fosse possibile fare in quel momento. Si tratta di capire il significato delle scelte allora compiute. Scegliendo di abbandonare i loro paesi di origine per la Palestina, i fondatori dello Stato di Israele in sostanza hanno espresso il messaggio che i cittadini ebrei italiani, polacchi, francesi eccetera sono diversi dagli altri cittadini italiani polacchi francesi eccetera.. Perché un italiano polacco francese eccetera, alla fine della guerra, ha l’unico pensiero di tornarsene al proprio paese, alla propria casa, e non gli passerebbe mai per la testa di andare a fondare un altro Stato da qualche altra parte. L’idea che una minoranza, in qualsiasi modo determinata, di cittadini, per esempio italiani, se ne vada dall’Italia per fondare un altro Stato sarebbe assurda, (e significherebbe solo che quegli italiani non si sentono più tali). A nessuno verrebbe in mente che sarebbe una buona idea se i marchigiani andassero a fondare uno Stato marchigiano in Patagonia o in Scozia. O che gli italiani omosessuali andassero a fondare uno Stato per omosessuali in Paraguay. E si noti che nel caso degli omosessuali vi sono evidenti analogie con gli ebrei: anche gli omosessuali hanno subito una persecuzione secolare che è culminata con l’internamento nei lager nazisti. Il punto fondamentale del mio argomento è che la tesi sionista sulla fondazione di uno Stato ebraico nel quale radunare gli ebrei del mondo equivale all’affermazione che gli ebrei italiani polacchi francesi eccetera sono cittadini diversi dagli altri (dagli altri italiani polacchi francesi che non si sognerebbero di fondare altri Stati altrove). Ma questa è esattamente la tesi dell’antisemitismo, che infatti non vuole necessariamente lo sterminio degli ebrei, ma vuole in ogni caso separare, in un modo o nell’altro, i cittadini ebrei dagli altri cittadini (italiani polacchi francesi eccetera), appunto per la diversità dei primi. Il sionismo e l’antisemitismo concordano nel ritenere che gli ebrei non siano “veramente” italiani polacchi francesi eccetera. Il sionismo riprende le fondamentali tesi antisemite.

 

4. Autorità della vittima?

Abbiamo accennato, all’inizio, al fatto che la “religione dell’Olocausto” è un caso particolare di quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, una complessa costruzione culturale che oggi costituisce una struttura di fondo dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. Questo articolo vorrebbe essere, fra l’altro, un invito alla critica di tale complesso culturale per favorirne il superamento. Naturalmente, qui possiamo discuterne solo alcuni elementi. Uno di essi è l’assunzione a guide morali sacre, quindi non criticabili, di persone che hanno subito violenza in un modo o nell’altro. Anche su questo occorre, io credo, assumere una posizione radicalmente “atea”, che rifiuti tale sacralità e sviluppi un discorso che apparirà necessariamente blasfemo alle orecchie della maggioranza della popolazione, che ha assorbito la “religione delle vittime”. Il punto di partenza potrebbe essere la seguente frase, attribuita a Sartre (non ho un riferimento preciso): “non importa ciò che ti hanno fatto, ma ciò che tu fai con quello che ti hanno fatto” . L’essere vittima è un fatto assolutamente casuale, che non ha nessun legame con ciò che è o ciò che fa o ha fatto la vittima. È proprio questa assoluta casualità ciò che colpisce nelle vicende delle vittime del genocidio nazista o di altri eventi simili. Ciò significa che l’essere vittima non dice nulla su ciò che è la persona, sulle sue qualità o sui suoi difetti. Ma l’autorità, morale o intellettuale, di una persona dovrebbe dipendere da ciò che tale persona è sul piano morale o intellettuale, e da come essa manifesta questo suo essere, non dal fatto che le siano capitate delle disgrazie o che abbia subito violenze. E se ha subito violenze, è solo il modo in cui elabora quello che ha subito a determinare il suo valore morale o intellettuale. Di conseguenza, aver subito la violenza nazista di per sé non dà nessuna autorità intellettuale per parlare del nazismo, se non come testimone. Naturalmente, le testimonianze sono importati, e gli storici le usano, ma poi le elaborano all’interno di un percorso intellettuale di comprensione teorica. L’esperienza, da sola, non dice nulla. I soldati sopravvissuti a una guerra hanno esperienza della guerra stessa, ma quanti hanno realmente compreso le dinamiche profonde di quello che hanno vissuto? Solo quei pochi che hanno studiato e approfondito e riflettuto a lungo. Questo per quanto riguarda il piano dell’autorità intellettuale, dell’autorità cioè nella comprensione storica e filosofica degli eventi. Per quanto riguarda il piano dell’autorità morale, il principio è analogo: il giudizio morale su una persona lo si dà in base a ciò che quella persona fa o dice, cioè a quanto dipende da lei, non al fatto di aver subito violenza, che è qualcosa che non dipende dalla persona stessa. Se una vittima del nazismo esprime posizioni che in ultima analisi fungono da supporto al genocidio perpetrato a Gaza, tale persona, ai miei occhi, non ha nessuna autorità morale, esattamente come chi esprime le stesse posizioni senza aver subito violenza. Ognuno è quello fa, non quello che ha subito.

 

5. Non siamo migliori dei tedeschi

Esaminiamo adesso, per concludere, un altro dei dogmi della religione dell’Olocausto: quello della colpa inestinguibile dei popoli europei, e in particolare dei tedeschi. L’evento del genocidio ebraico, questa incursione del Male Assoluto entro la storia umana, lascia per sempre infetti i popoli che ne sono stati portatori, condannandoli ad un’eternità di espiazione, che si traduce nell’appoggio acritico a qualsiasi politica dello Stato di Israele. In questo modo la religione dell’Olocausto costruisce una netta separazione fra i popoli europei di allora, affetti dal Male Assoluto (i “volonterosi carnefici di Hitler”) e i devoti popoli europei di oggi, genuflessi di fronte alle Sacre Vittime dell’Olocausto (i “volonterosi carnefici del sionismo”, si potrebbe dire).

Ma la critica alla religione dell’olocausto va portata anche su questo punto. La prima considerazione da fare riprende la tesi esposta all’inizio, che vede il nazismo come estrema manifestazione di imperialismo e colonialismo. Di conseguenza, ammesso che abbia senso parlare di una responsabilità collettiva (e di questo bisognerebbe discutere, ma farlo adesso comporterebbe una diversione), essa non è tanto dei tedeschi, ma dell’intero Occidente, per le sue pratiche imperialiste e colonialiste che attraversano l’intera epoca moderna, accentuandosi nel corso dell’Ottocento. Ma anche restringendo il campo visuale al genocidio ebraico attuato dal nazismo, mi sembra necessario dire qui una sgradevole verità: noi occidentali contemporanei, devoti fedeli di ogni forma di religione delle vittime, non siamo migliori dei tedeschi contemporanei del genocidio ebraico. Abbiamo assistito a un genocidio facendo poco o nulla, cosa che è stata sempre rimproverata al popolo tedesco. Ma loro, i tedeschi degli anni dal ‘42 al ‘45, nel momento di concreta attuazione del genocidio, avevano, rispetto a noi, molti più ostacoli nel “fare qualcosa”. I punti essenziali a questo proposito sono due: in primo luogo, essi sapevano poco o nulla sulla realtà dei lager e del genocidio. Certo, sapevano per il regime era antisemita e chi era a contatto con cittadini ebrei sapeva che gli ebrei tedeschi sparivano (ovviamente il tedesco medio non sapeva nulla di quanto accadeva agli ebrei polacchi o sovietici). Ma rispetto a quello che accadeva agli ebrei deportati, il regime non faceva certo pubblicità. In Germania le notizie erano controllate da un regime dittatoriale che rendeva rischiosa la semplice ricerca dei fatti. Paragoniamo questa situazione con quella di noi occidentali rispetto alla quantità strabordante di informazioni che abbiamo ricevuto sulle stragi e le distruzioni a Gaza. È evidente che non c’è paragone possibile. Noi tutti in Occidente sappiamo, o abbiamo possibilità di sapere con estrema facilità, enormemente di più sul genocidio a Gaza di quanto potesse sapere il tedesco medio sul genocidio ebraico negli anni in cui questo si svolgeva.

Il secondo punto essenziale riguarda il fatto che, oltre a sapere, abbiamo possibilità di intervenire, di manifestare, di protestare, molto maggiori rispetto ai tedeschi sotto il nazismo. E infatti, quando, dopo due anni di genocidio, abbiamo cominciato a farlo, qualche effetto c’è stato. Nessun paese occidentale è una dittatura paragonabile a quella nazista, almeno finora. Certo ci sono da decenni spinte a ridurre gli spazi di libera espressione del pensiero, ed esse si sono fatte più forti proprio in risposta alle proteste per Gaza, come si è visto soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma rimane comunque uno spazio per protestare, che assolutamente non esisteva nella Germania nazista.

Tutto questo ci dice che gli abitanti dei paesi occidentali, paesi i cui dirigenti politici hanno attivamente sostenuto il genocidio, sono enormemente più responsabili, verso questo genocidio, di quanto fossero i tedeschi all’epoca del genocidio ebraico.

Ma tutto questo è normale: l’essere umano medio non è un eroe, e in condizioni di crisi pensa prima di tutto a mettere al sicuro sé stesso e le persone care. Questo hanno fatto i tedeschi sotto il nazismo. Certo non sono stati eroi: nello loro larga maggioranza, non hanno messo a rischio sé stessi per proteggere gli ebrei. Ma questo è esattamente quanto si può dire dei popoli dei paesi occidentali rispetto al genocidio di Gaza: non siamo stati eroi, non siamo migliori dei tedeschi di quegli anni.

Queste considerazioni hanno una importante conseguenza: i tedeschi devono porre termine alla loro penitenza infinita. In primo luogo, i tedeschi di quegli anni hanno fatto quello che abbiamo fatto tutti, per quasi due anni, rispetto al genocidio di Gaza. In secondo luogo, se c’è una colpa, questa è dei contemporanei alla violenza verso le vittime della violenza. Non dei discendenti dei contemporanei verso i discendenti delle vittime. Nessun essere umano nato dopo il 1945 ha nessun debito nei confronti delle vittime ebraiche del genocidio, tanto meno nei confronti dei loro discendenti. I tedeschi hanno un solo obbligo morale, ed è lo stesso che abbiamo tutti noi esseri umani: essere testimoni di verità e giustizia. E la verità è che oggi c’è un popolo martirizzato, ed è il popolo palestinese, e c’è un carnefice, ed è lo Stato di Israele. E giustizia chiede che la vittima sia protetta e il carnefice contrastato. La vittima di oggi, il carnefice di oggi. Non quelli di ottant’anni fa.

 

by : tinakanoumegk




Πώς θα ήταν δυνατόν να λείψει η γνωστή υστερική αντίδραση στην Ελλάδα για τη ρωσική διείσδυση στα πολιτικά πράγματα της χώρας, με αφορμή την ίδρυση νέων πολιτικών σχηματισμών; Η απορία δεν θα έπρεπε να υπάρχει, όχι γιατί δεν υπάρχει μία τέτοια διείσδυση (αυτό είναι θέμα κατασκοπευτικής λογοτεχνίας), αλλά γιατί από τον 19ο αιώνα στην Ελλάδα έχουμε από τη μία ένα έντονο φιλορωσικό πνεύμα (από τους Παπουλάκους μέχρι και τον Όθωνα στον πόλεμο της Κριμαίας αλλά και την πριγκίπισσα Όλγα αργότερα), και από την άλλη μία περισσότερο «λόγια» και ελιτίστικη αντίδραση σε αυτό που χαρακτηρίζεται ρωσικός κίνδυνος επέκτασης. Στην τελευταία περίπτωση, μάλιστα, αυτή η αντίδραση δεν επικεντρώνεται στα καθαρά και γνήσια εθνικά συμφέροντα, αλλά στην προσκόλληση στους άλλους πάτρωνες της «ορφανής» Ελλάδας, Άγγλους και Γάλλους. Πόσο, με άλλα λόγια, ήταν υπερασπιστές των ορθοδόξων συμφερόντων των Αγιοταφικών προσκυνημάτων, στα μέσα του 19ου αιώνα, όταν υπήρχε βάσιμη η ρωσική επιρροή, η οποία είχε υποδαυλίσει τα πνεύματα στην περιοχή και ειδικότερα στο αραβόφωνο στοιχείο του Πατριαρχείου;

Η νέα εκδοχή του αντιρωσικού πνεύματος ήταν η αντιπαλότητα με τη φιλόδοξη Βουλγαρία μέχρι και τον Β΄ Παγκόσμιο Πόλεμο, η οποία όμως ήταν σταθερός σύμμαχος των Κεντρικών Αυτοκρατοριών. Δεν μπορεί να την πεις και χαρακτηριστικό δείγμα ιστορικού σλαβικού αναθεωρητισμού και επιθετικότητας, πίσω από την οποία θα βρισκόταν η Ρωσία (η τσαρική ή η μπολσεβικική, είναι επίσης ένα ζήτημα). Η πιο πρόσφατη εκδοχή «εθνικού συναγερμού» ήταν η φιλοσοβιετική στάση του ΚΚΕ, η οποία μετά την Κατοχή και τον Εμφύλιο Πόλεμο χαρακτηρίσθηκε και αξιολογήθηκε ως «δούρειος ίππος» του σλαβισμού. Ποιου ακριβώς σλαβισμού; Της Ρωσίας του Στάλιν που δεν της καιγόταν και κάποιο ιδιαίτερο «καρφί», ή της Γιουγκοσλαβίας του Τίτο, με τον οποίον όμως μια χαρά τα βρήκαν σε δεύτερο χρόνο οι Δυτικοί; Μεγάλα και αναπάντητα τα ιστορικά ερωτήματα.

Ναι, αλλά θα πει κανείς: ο Πούτιν σήμερα δεν επιθυμεί να διεισδύσει με κάθε τρόπο στα πολιτικά πράγματα των δυτικών χωρών; Πάντως οι σχετικά ανάλογες προσπάθειες σε Ρουμανία και Μολδαβία έχουν αντιμετωπισθεί με κατεξοχήν αντιδημοκρατικές μεθοδεύσεις από την πλευρά των δυτικών, ευρωπαϊκών δημοκρατιών. Το αφήγημα περί μίας ολιγαρχικής και αυταρχικής δημοκρατίας στη Ρωσία που απειλεί τον ευρωπαϊκό μας πλουραλισμό τα βρίσκει πολύ δύσκολα ανάμεσα σε δολιοφθορές τύπου Nord Stream και σε περιπάτους ουκρανικών drones σε παραλίες της Ελλάδας και στις παρεκβάσεις με τις υποκλοπές made in Israel.

Επιστρατεύεται και η κατάκριση της κινητοποίησης για το Μακεδονικό ως έκφραση ρωσικού αποσταθεροποιητικού «δακτύλου». Το αστείο είναι ότι αυτοί που κατηγορούν, είτε έχουν μία σαφή συμπλεγματική φιλοδυτική αντίδραση (πώς θα μπορούσε να χαρακτηρισθεί η τότε πρωτοβουλία του κατά τα άλλα venceremos! Τσίπρα;) ή δεν έχουν (τολμήσει) να ακυρώσουν μετέπειτα αυτή τη συμφωνία. Το σουρεάλ στοιχείο υπεισέρχεται στο γεγονός πως οι ευρωπαίοι πάτρωνες υποδαυλίζουν αυτά τα φοβικά σύνδρομα, έχοντας οι ίδιοι απωλέσει το ατλαντικό τους υποστήριγμα. Άρα, η όλη κουβέντα δεν έχει να κάνει με κάποιον γεωπολιτικό προσδιορισμό της Ελλάδας, αλλά με μικρομάγαζα συμφερόντων, ήδη εδραιωμένων και κατεστημένων.

Όλα αυτά, βέβαια, ισχύουν και για την όποια φιλορωσική κατεύθυνση. Η δυτικίζουσα αγιογραφία και ψαλτική της Ρωσικής Εκκλησίας είναι ένα από τα πολλά παραδείγματα του πολύ απλού και αυτονόητου: «άλλο η Ρωσία και άλλο η Ελλάδα». Η επιδέξια ισορροπία είναι απόλυτη προϋπόθεση. Δεν θα πρέπει ο εμετός της Ελλάδας ως αποικίας να μας οδηγεί σε προσκόλληση σε άλλα «αφεντικά».

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Ο ζωγραφικός πίνακας που συμπληρώνει τη σελίδα ("Μάτια") είναι έργο του Χρήστου Γαρουφαλή.

by : tinakanoumegk

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Όσο διάβαζα τον Χαν, σκεφτόμουν πόσο παράξενα χρησιμοποιούμε σήμερα τη λέξη «ελπίδα». Την προφέρουμε συχνά σαν παρηγοριά, σχεδόν μηχανικά, λες και αρκεί για να μαλακώσει ό,τι μας τρομάζει. Κι όμως, στο Πνεύμα της Ελπίδας κατά της Κοινωνίας του Φόβου, η ελπίδα δεν μοιάζει καθόλου ήσυχη. Μοιάζει περισσότερο με κάτι εύθραυστο που επιμένει να υπάρχει ακόμη κι όταν όλα γύρω δείχνουν να καταρρέουν.

Ο Κορεάτης φιλόσοφος δεν αντιμετωπίζει την ελπίδα σαν μια αφελή παρηγοριά που υπόσχεται πως «όλα θα πάνε καλά». Κι ίσως αυτό είναι το πιο συγκλονιστικό στοιχείο του βιβλίου. Σε μια κοινωνία που έχει σχεδόν εμμονή με τη θετικότητα, την αυτοβελτίωση και την υποχρεωτική αισιοδοξία, εκείνος τολμά να πει πως η ελπίδα είναι κάτι πολύ πιο σύνθετο και πολύ πιο ανθρώπινο.

Σε μια από τις πιο όμορφες στιγμές του βιβλίου, φέρνει τον Friedrich Nietzsche να μιλήσει για την ελπίδα σαν ένα ουράνιο τόξο πάνω από το τραχύ ρεύμα της ζωής. Μου άρεσε αυτή η εικόνα όχι επειδή είναι αισιόδοξη, αλλά επειδή δεν κρύβει τη βία του νερού. Η ζωή παραμένει απότομη, αβέβαιη, συχνά επικίνδυνη και παρ’ όλα αυτά κάτι επιμένει. Σαν να λέει ο Χαν πως η ελπίδα δεν έρχεται όταν κοπάσουν όλα, αλλά όταν, μέσα στην αναταραχή, εξακολουθείς να αφήνεις ένα μικρό περιθώριο στο άγνωστο.

Αυτό που με συγκίνησε περισσότερο είναι πως ο συγγραφέας απομακρύνει την ελπίδα από την αισιοδοξία. Ζούμε σε έναν κόσμο όπου σχεδόν μας επιβάλλεται να είμαστε αισιόδοξοι. Να χαμογελάμε, να «σκεφτόμαστε θετικά», να μην αφήνουμε χώρο στη θλίψη, στην αμφιβολία ή στον φόβο. Κι όμως, ο Χαν μοιάζει να υποστηρίζει ότι η αισιοδοξία πολλές φορές είναι επιφανειακή, γιατί αποφεύγει τη σύγκρουση με το δύσκολο. Σαν να προσπαθεί να καλύψει τον πόνο με ένα λεπτό πέπλο βεβαιότητας.

Η αληθινή ελπίδα, αντίθετα, έχει μέσα της ρωγμές. Αναγνωρίζει το σκοτάδι. Δεν αρνείται την απώλεια, την αγωνία ή την αποτυχία. Και ίσως γι’ αυτό να μοιάζει πιο αληθινή. Δεν σου λέει ότι το αύριο θα είναι σίγουρα καλύτερο. Σου λέει μόνο πως, ακόμη κι όταν όλα μοιάζουν εύθραυστα, ο άνθρωπος έχει μια παράξενη ικανότητα να συνεχίζει να κοιτά μπροστά.

Μια από τις πιο ενδιαφέρουσες σκέψεις του βιβλίου είναι ότι η απαισιοδοξία δεν διαφέρει τόσο από την αισιοδοξία όσο πιστεύουμε. Η μία μοιάζει να είναι ο καθρέφτης της άλλης. Και οι δύο εγκλωβίζονται σε μια βεβαιότητα: η αισιοδοξία είναι βέβαιη ότι όλα θα πάνε καλά, η απαισιοδοξία βέβαιη ότι όλα θα καταρρεύσουν. Η ελπίδα όμως δεν κατοικεί στη βεβαιότητα. Κατοικεί στην ανοιχτότητα. Στην αποδοχή ότι το μέλλον δεν έχει γραφτεί ακόμη.

Το βιβλίο σε κάνει να αναρωτιέσαι αν έχουμε ακόμη χώρο για ελπίδα ή έχουμε μάθει να λειτουργούμε μόνο μέσα από φόβο; Γιατί ο φόβος σήμερα μοιάζει να έχει απλωθεί παντού, σχεδόν αθόρυβα. Υπάρχει στον τρόπο που σχεδιάζουμε το μέλλον, στις σχέσεις μας, στη διαρκή ανάγκη να αποδεικνύουμε κάτι, ακόμη και στη σιωπηλή αυστηρότητα με την οποία κοιτάζουμε τον εαυτό μας. Φοβόμαστε μήπως αποτύχουμε, μήπως μείνουμε πίσω, μήπως μείνουμε μόνοι, μήπως τελικά δεν ανταποκριθούμε σε όσα περιμένουν οι άλλοι ή εμείς οι ίδιοι από εμάς.

Ο Χαν περιγράφει μια κοινωνία όλο και πιο ναρκισσιστική, μια κοινωνία που σταδιακά χάνει την επαφή, τη σύνδεση, το αληθινό άγγιγμα. Και αυτή η παρατήρηση πονάει, ίσως επειδή μοιάζει τόσο αληθινή. Ζούμε συνδεδεμένοι διαρκώς μέσα από οθόνες, κι όμως τόσο συχνά αισθανόμαστε βαθιά μόνοι. Η ανθρώπινη επαφή γίνεται πιο σπάνια, η ευαλωτότητα σχεδόν απαγορευμένη. Μέσα σε αυτή την απομάκρυνση, το άγχος δεν μειώνεται· μεγαλώνει. Ο άνθρωπος κλείνεται όλο και περισσότερο στον εαυτό του, μέχρι που ο ίδιος του ο εαυτός γίνεται ένα είδος φυλακής.

Και ίσως εκεί το βιβλίο γίνεται πιο σπαρακτικό αλλά και πιο ελπιδοφόρο. Γιατί ο Χαν μοιάζει να λέει ότι η ελπίδα δεν εμφανίζεται όταν όλα πηγαίνουν καλά. Η βαθύτερη μορφή της γεννιέται όταν ο άνθρωπος ακουμπά σχεδόν την απελπισία. Σαν κάτι να βλασταίνει ακριβώς στο όριο της καταστροφής. Στο χείλος της αβύσσου, όταν νομίζεις ότι δεν υπάρχει τίποτα άλλο να κρατηθείς, εμφανίζεται μια μικρή αλλά πεισματική δυνατότητα να συνεχίσεις.

Δεν είναι τυχαίο ότι ο Koρεάτης Φιλόσοφος στρέφεται και στην επιστολή Προς Ρωμαίους, εκεί όπου η ελπίδα συνδέεται με κάτι που ακόμη δεν φαίνεται, κάτι που δεν έχει δοθεί στα μάτια του ανθρώπου. Μου άρεσε αυτή η σκέψη γιατί μοιάζει να φωτίζει ολόκληρο το βιβλίο. Η ελπίδα, εδώ, δεν παρουσιάζεται σαν βεβαιότητα ούτε σαν υπόσχεση ότι όλα θα πάνε καλά. Αντίθετα, υπάρχει επειδή ακριβώς το μέλλον παραμένει ανοιχτό. Αν ο άνθρωπος έβλεπε ήδη αυτό που περιμένει, τότε ίσως να μην υπήρχε ανάγκη

Τα βιβλία του Χαν δεν είναι ποτέ εύκολα… Και ίσως αυτή να είναι η μεγαλύτερη δύναμή του. Σε αναγκάζει να κοιτάξεις τον φόβο χωρίς υπεκφυγές, αλλά ταυτόχρονα σου θυμίζει ότι ο άνθρωπος δεν επιβιώνει μόνο από βεβαιότητες. Επιβιώνει κι από μικρές, σχεδόν αόρατες πράξεις ελπίδας.

Και ίσως τελικά η ελπίδα να μην είναι κάτι θορυβώδες ή ηρωικό, αλλά κάτι πολύ πιο ήσυχο: η επιμονή να συνεχίζεις ακόμη κι όταν δεν μπορείς να διακρίνεις καθαρά τι σε περιμένει. Σε μια εποχή που μοιάζει να εκπαιδεύει τους ανθρώπους στον φόβο, αυτή η μικρή επιμονή ίσως να είναι ήδη μια μορφή αντίστασης.

Μπιουνγκ-Τσουλ Χαν, «Το πνεύμα της Ελπίδας /Κατά της Κοινωνίας του Φόβου» Μετάφραση: Βασίλης Τσαλής, Εκδόσεις OPERA

ΑΠΟ: https://antifono.gr

by : tinakanoumegk

https://infosannio.com/2026/05/22/nei-porti-europei-non-e-mai-arrivata-cosi-tanta-tecnologia-da-guerra-da-gerusalemme/

Droni kamikaze, sistemi anti aerei, artiglieria di precisione: la difesa del Vecchio Continente dipende sempre di più dall’industria militare israeliana

Immagine di Nei porti europei non è mai arrivata così tanta tecnologia da guerra da Gerusalemme

(di Giulio Meotti – ilfoglio.it) – Mentre la Global Sumud Flotilla solcava il Mediterraneo direzione Gaza, un’altra flottiglia navigava in direzione opposta: dai laboratori militari di Israele verso i porti europei. La Israel Weapon Industries ha sviluppato un sistema per aiutare i soldati ad abbattere i droni tattici. Il sistema, chiamato Arbel, è utilizzato da più di due dozzine di paesi, rivela al Washington Post Semion Dukhan, responsabile per l’Europa dell’azienda. “Tra i clienti ci sono paesi che hanno dichiarato pubblicamente di non voler fare affari con Israele. Le persone e i politici dicono quello che devono dire, ma ciò che dicono non corrisponde a ciò che avviene sotto la superficie”. Stati europei che avevano promesso di boicottare le armi israeliane continuano a piazzare ordini. Le vendite israeliane sono raddoppiate negli ultimi cinque anni, raggiungendo un record di 15 miliardi nel 2024. E anche per il 2025, i principali produttori di armi israeliani, tra cui Elbit e Israel Aerospace Industries, hanno entrambi riportato una ulteriore crescita a doppia cifra

Per la prima volta, Israele ha superato il Regno Unito nella quota di esportazioni globali di armi, diventando il settimo fornitore al mondo, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute. L’edizione di quest’anno della Defense Tech Expo di Tel Aviv ha rispecchiato il crescente interesse internazionale per le armi israeliane. “La maggior parte dei paesi non ha il tempo di costruire da zero i propri sistemi di difesa in modo rapido”, dice Seth J. Frantzman, analista della Foundation for Defense of Democracies e autore di “Drone Wars”. “Per cui si rivolgono a Israele”. Rheinmetall – attraverso la controllata italiana RWM Italia – e l’azienda israeliana Uvision Air Ltd. hanno firmato una joint venture per gli Hero, i droni kamikaze. Nel 2024 il portafoglio ordini di Rheinmetall superava i 200 milioni e includeva consegne a otto paesi europei. Chi segue la guerra in Ucraina avrà sentito parlare degli Himars.

L’Ucraina dipende da questo sistema d’artiglieria americano, montato su camion, in grado di colpire obiettivi fino a 300 chilometri di distanza con missili a guida di precisione. La risposta europea è EuroPULS, frutto di un’altra cooperazione israeliana. Il gigante franco-tedesco Knds e l’israeliana Elbit hanno creato una joint venture dedicata alla vendita di quest’arma, con focus sul mercato europeo. “Per l’Europa l’interesse sta nelle capacità di nicchia in cui Israele è all’avanguardia, come la difesa aerea e missilistica”, ha spiegato Jamie Shea di Chatham House.

Tomer Malchi, fondatore di Asio, rivela che gli ordini sono aumentati del 400 per cento dall’inizio della guerra a Gaza. I telefoni di Asio aiutano i soldati a pianificare missioni, orientarsi e rispondere alle minacce in tempo reale. Asio è in trattativa con venti paesi, anche europei. L’Europa, spogliata delle sue illusioni buone per tv e giornali, sta imparando una lezione antica: chi vuole restare sovrano deve comprare spade da chi sa usarle.

by : tinakanoumegk

 

I diritti del più-che-umano

Riconoscere a fiumi e foreste diritti equiparabili a quelli umani non è un’utopia filosofica, ma uno strumento giuridico concreto per garantire la nostra sopravvivenza negli ecosistemi complessi in cui siamo immersi.

Claudia Dellacasa insegna letteratura italiana e comparata all’università di Glasgow. La sua pratica di ricerca e di insegnamento ruota intorno all’ecologia applicata ai testi letterari. È autrice della monografia “Italo Calvino and Japan” (2024) e fa parte della redazione della Balena Bianca.

diritti sono questione di linguaggio. Non solo perché il rispetto dei diritti si manifesta nel modo in cui ci si rivolge all’altro o altra da sé, ma soprattutto perché la presa di parola e l’autorappresentazione sono atti fondativi dell’entrata nel consorzio giuridico, e prima ancora sociale.

https://www.iltascabile.com/scienze/diritti-del-piu-che-umano/


by : tinakanoumegk

Όλα ξεκίνησαν από την κατάρρευση της απελευθερωτικής συνιστώσας των νεωτερικών επαναστατικών κινημάτων. Το αίτημά της ήταν: η αναβάθμιση της ατομικής ελευθερίας από απλώς ιδιωτική και τυπική-νομική, σε κοινωνική (κατάργηση της μισθωτής δουλείας) και σε πολιτική (ώστε «να μπορεί και η μαγείρισσα να διοικεί το κράτος»).

3.1 Το απελευθερωτικό αίτημα

Η καθολική αποτυχία ανάγκασε τους εναπομείναντες πιστούς του αιτήματος να αναζητήσουν την αιτία. Δόθηκαν διάφορες εξηγήσεις. Σύμφωνα με την επικρατέστερη, έφταιγε το ίδιο το αίτημα, που ήταν «ανώριμο».

Κάποιοι όμως διερωτήθηκαν μήπως το αίτημα δεν είχε καν «τόπο» εντός του νεωτερικού πολιτισμού και συνεπώς δεν επρόκειτο να «ωριμάσει» ποτέ, όσο κι αν «προόδευε» ο πολιτισμός αυτός. Μήπως, δηλαδή, δεν ήταν αίτημα, που το «πρόδωσαν οι αστοί» και περιμένει να το τελεσφορήσουν οι «προλετάριοι», όπως πίστευαν οι ιδεολόγοι του απελευθερωτικού αιτήματος.

Αν όμως το αίτημα της καθολικής ελευθερίας είναι ασύμβατο με την κοινωνική οντολογία του νεωτερικού πολιτισμού, τότε, ή τα παρατάς, ή προσπαθείς να βρεις μια εναλλακτική κοινωνική οντολογία, που να το καλύπτει.

Η μαρξιστική γνωσιολογική πλαισίωση του απελευθερωτικού αιτήματος, ήταν τυπικά νεωτερική: αποπομπή της Θρησκείας βασισμένη στην Επιστήμη. Η μαρξιστική Φιλοσοφία αυτοκατανοούμενη ως Επιστήμη, επειδή απλά ήταν «υλιστική», εναβρυνόταν, ότι είχε κάνει τον σοσιαλισμό από «ουτοπικό», που ήταν πριν, σε «πέρα για πέρα» επιστημονικό. Ο προβληματισμός μας είχε λοιπόν να αντιμετωπίσει, αφ’ ενός, το αθεϊστικό πρόταγμα και αφ’ ετέρου, την «επιστημονικοποίηση» του απελευθερωτικού αιτήματος.

Η περιρρέουσα «υπαρξιστική» κριτική στον μαρξισμό, υποψιαζόμενη την ανθρωπολογική βάση του προβλήματος, καθιστούσε εύλογο το εξής -απωθημένο ως τότε- ερώτημα: μήπως το υποκείμενο του αιτήματος δεν ήταν παρά ο άνθρωπος, που θέλει να αλλάξει τον κόσμο, ενώ είναι ανίκανος να αλλάξει ο ίδιος, καθώς είναι εσωτερικά-πνευματικά ανελεύθερος;

Μήπως  αυτή ήταν, πέρα από θεωρίες, η απλή αιτία της παταγώδους και ταυτόχρονα καθολικής αποτυχίας της Αριστεράς;

Αλλά ο δάσκαλός μας, ο Μαρξ, δεν είχε διερευνήσει το ανθρωπολογικό ερώτημα.

Η εμμονή, πάντως, στο κριτήριο της «επιστημονικότητας», ήταν μοιραίο να οδηγήσει  τον προβληματισμό σ’ εκείνα τα ράφια του ιδεολογικού σουπερμάρκετ, όπου φιγουράρουν «επιστημονικές» συνταγές για το κάθε τι, όπως και για το πώς γίνεται η «αλλαγή του υποκειμένου της αλλαγής»... Άσχετη βέβαια και άγονη η περιπλάνηση αυτή, είχε πάντως ένα ουσιαστικό κέρδος: την θεραπεία της «αντιμυστικιστικής» και «αντιθρησκευτικής» αλλεργίας και γενικά της «αντιμεταφυσικής» προκατάληψής μας.

Ειρήσθω, ότι οι ολοκληρωτικές αξιώσεις της Επιστήμης έχουν τροφοδήσει και την πυρετώδη «επιστημονική» μελέτη της «μυστικιστικής» εμπειρίας αλλαγής του υποκειμένου, με στόχο την τεχνητή αναπαραγωγή της, εκτός παραδοσιακού θρησκευτικού πλαισίου. Η μεσαιωνική αναζήτηση της «φιλοσοφικής λίθου» συνεχίστηκε από τους μοντέρνους αλχημιστές με ακόμα μεγαλύτερη ένταση. Εμβληματική φιλοσοφική της έκφραση, η νιτσεϊκή αναζήτηση του «Υπερανθρώπου», όπως και η απόπειρα του Μπερξόν (Henri-Louis Bergson 1859–1941) να συνθέσει Βιολογία και Μυστικισμό. Προθέσεις που αποτρέλαναν την διανόηση της εποχής τους. Ενώ ήδη στην αντίπερα φιλοσοφική όχθη, την «υλιστική», το απελευθερωτικό αίτημα είχε ήδη γίνει «Επιστήμη» και …«το φάντασμα του κομμουνισμού πλανιόταν πάνω απ’ την Ευρώπη».

Με τούτα και με τ’ άλλα, ο νορδικός θεός του απόλυτου Εγώ, αγκομαχούσε να γεννηθεί, ως απόλυτη άρνηση του Θεανθρώπου. Στον μεν Παλιό κόσμο, ως Χίτλερ. Στον δε Νέο, ως τεχνοσυστημικός χολυγουντιανός Σούπερμαν και προοπτικά ως τεχνολογικός Ανθρωποθεός. Πίσω του θα κρυβόταν, το ξέρουμε τώρα, ο Μαμωνάς - Μολώχ της αρχαίας Μέσης Ανατολής. Που τρέφεται με παιδική σάρκα.

Φιλολογικά ξέφτια των εν λόγω «αναζητήσεων», φερμένα από τον άνεμο της «Νέας Εποχής», βρίσκονταν άφθονα στις ιδεολογικές προθήκες της Μεταπολίτευσης και προσιτά στην γενικώς ανελλήνιστη κοσμοθεωρητική μας σκευή.

3.2 Κριτική οντολογία

Καθώς, όμως, το αίτημα της καθολικής ελευθερίας ήταν ξεπατικωμένο από τον ελληνικό πολιτισμό, εκεί έπρεπε τελικά να αναζητήσουμε την οντολογία του. Ήδη ο Κώστας Παπαϊωάννου και ο Κορνήλιος Καστοριάδης (1922–1997) είχαν προηγηθεί και διαπιστώσει την ιστορική παρεξήγηση: η ιδιωτικών τελών νεωτερική ελευθερία ελάχιστη σχέση είχε με την καθολικών τελών ελληνική ελευθερία.

Στο μεταξύ ο Χρήστος Γιανναράς είχε ενδιατρίψει στην βυζαντινή φιλοσοφική παράδοση (βλ. Το Πρόσωπο και ο Έρως) και είχε ήδη διατυπώσει την οντολογία της, προτείνοντάς την μάλιστα, ως εναλλακτική στη μηδενιστική οντολογία του Χάϊντεγκερ, του συνεπέστερου φιλοσοφικού εισηγητή του οντολογικού μηδενισμού. Πρόκειται για το βιβλίο Προτάσεις κριτικής οντολογίας, παράλληλα με το γνωσιολογικό συμπλήρωμά του, το Ορθός λόγος και κοινωνική πρακτική.  Απ’ όπου αντιγράφουμε τον εκ μέρους του ορισμό της «κριτικής οντολογίας». ( [1] )

Η στήριξη στις «Προτάσεις» του Γιανναρά ήταν μονόδρομος για μας, στο μέτρο, που μόνο η βυζαντινή φιλοσοφική οντολογία, την οποία αυτός ανέδειξε, αναδιατυπώνοντάς την στο επικρατέστερο και κατανοητό φιλοσοφικό ιδίωμα της εποχής, το υπαρκτικό, παρείχε θρησκευτική και συγχρόνως φιλοσοφική οντολογική πρόσβαση και στήριξη στο αίτημα της καθολικής ελευθερίας, περί το οποίο όλος ο καημός.

Πράγματι. Σύμφωνα με την θεολογική μας «πρώτη Φιλοσοφία», όλα τα όντα περιλαμβανομένου του ανθρώπου, προέρχονται από την δημιουργική ενέργεια του θείου Λόγου. Κάνοντας όμως ο άνθρωπος εσφαλμένη-εγωκεντρική χρήση του Αυτεξουσίου, με το οποίο τον προίκισε ο Δημιουργός, υποδουλώθηκε στα αρνητικά αποτελέσματα της εσφαλμένης χρήσης της ελευθερίας του. Προκαλεί έτσι ο ίδιος το κακό, ως στέρηση ελευθερίας και καταδυνάστευση.

Αυτός είναι εδώ κι ο πρωταρχικός ορισμός του κακού. Το κακό δεν είναι «ον» αλλά εσφαλμένη επιλογή, η οποία δημιουργεί υποδουλωτικές (κακές) καταστάσεις -εκ του μη όντος. Με την ενσάρκωση όμως του θείου Λόγου λύθηκε το πρόβλημα και άνοιξε ο δρόμος της απαλλαγής από την εσωτερική δουλεία. «Όστις θέλει», λοιπόν, τον «ακολουθεί», τον «μιμείται», του «μοιάζει» και «σώζεται»: γίνεται «ακέραιος», Πρόσωπο. Επομένως: Ον και Ελευθερία ταυτίζονται. Η οντολογία, η ορίζουσα την ελευθερία ως έμφυτη αυτεξουσιότητα, δεν είναι παρά η οντολογία της καθολικής ελευθερίας. Όπερ και το αγωνιωδώς επιζητούμενο.

Η «κριτική» αυτή φιλοσοφική οντολογία αρθρώνεται σε τρεις θεμελιώδες έννοιες: «Ουσία», «Υπόσταση», «Ενέργειες». Πίσω της βρίσκονται τα τρία δόγματα της χριστιανικής Πίστης. Το Τριαδικό δόγμα, το δόγμα των δύο φύσεων του Χριστού και το δόγμα των Ακτίστων Ενεργειών. Τα δόγματα αυτά ούτε «κρύβουν», φυσικά, ούτε «εξηγούν» το Μυστήριο των Μυστηρίων. Απλά το «σημαίνουν» με φιλοσοφικές λέξεις.

Το ότι βρίσκονται «πίσω» από την φιλοσοφική οντολογία δεν συνεπάγεται, ότι κάποια λογική «γέφυρα» τα συνδέει με το Μυστήριο. Προσπέλαση στο Μυστήριο παρέχει μόνο η Πίστη. Κι αυτή δεν είναι «λογική». Ο «λόγος περί του όντος», η «οντο-λογία», όπως και κάθε σχολιασμός των δογμάτων, τοποθετείται αποκλειστικά στο επίπεδο της διάνοιας και του οργάνου της: της Λογικής. Δεν είναι κάποιου τύπου «γραμμική προέκταση» των δογμάτων. Την έννοια των τριών όρων την αντιγράψαμε από τον Γιανναρά. ( [2] )

Δεν χρειαζόταν, επομένως, να πάμε «καλά και σώνει», στα κείμενα των Ελλήνων Πατέρων, τα «κινέζικα» για μας τους εξ ορισμού ανελλήνιστους, προκειμένου να αποδελτιώσουμε την βυζαντινή φιλοσοφική οντολογία και να την μεταφράσουμε σε σύγχρονο ενεργό φιλοσοφικό ιδίωμα, ώστε να μπορέσουμε να την αξιοποιήσουμε. Την δουλειά αυτή την είχε κάνει ο Γιανναράς,  πριν από μας και για μας. Αρκούσε, λοιπόν, να στηριχθούμε σ’ αυτήν.

Βέβαια θα είχαμε να αντιμετωπίσουμε την ενόχληση της κατεστημένης «θεο-λογίας», για την οποία ο Γιανναράς ήταν «μαύρο πρόβατο», αλλά ο δικός της λόγος, έτσι κι αλλιώς, «δεν έλεγε τίποτα» στην δική μας παράξενη ίσως παραλλαγή του κοινού νου.

3.3 Από την φιλοσοφική στην κοινωνική οντολογία

Κατ’ αρχάς ας δώσουμε τον ορισμό του ερωτήματος, στο οποίο καλείται να απαντήσει η κοινωνική οντολογία ως θεωρία.

«Οι βάρβαροι χαρακτηρίζονται βεβαίως από αγριότητα, αλλά δεν είναι μόνο δικό τους το γνώρισμα. Υπάρχει και ένα άλλο είδος αγριότητας. Αυτή υποφώσκει στα θεμέλια του πολιτισμού και είναι ανά πασά στιγμή ικανή, κατά τους Έλληνες τραγικούς, να ξεσπάσει και να πνίξει τα πάντα στο αίμα. Είναι ο «νόμος της ζούγκλας», ο εμφύλιος πόλεμος στον παροξυσμό του, ο πόλεμος όλων εναντίον όλων. Η μορφή αυτή διατομικής βίας είναι ένα αρνητικό όριο, το οποίο δεν μπορεί να το «ξεπεράσει» ο άνθρωπος και συγχρόνως να επιβιώσει. Αν λάβουμε υπόψη ότι ο άνθρωπος είναι κοινωνικό ζώο, ότι δεν μπορεί να ζήσει παρά μόνο σε κοινωνία, αντιλαμβανόμαστε ότι ο νόμος αυτός, ο «νόμος της ζούγκλας», η γενικευμένη αλληλοσφαγή, είναι το «κάτω όριο» κάθε πολιτισμού. Μήπως, λοιπόν, η αποφυγή της αλληλοσφαγής είναι ο πρωταρχικός κινητήρας του πολιτισμού; Αυτό είναι το θεμελιακό ερώτημα. Δεν έχουμε άμεση αίσθηση του πράγματος, άλλα τα ιστορικά δεδομένα βοούν. Μας πληροφορούν ότι στην αρχή και στο τέλος κάθε πολιτισμού βρίσκεται, κατά κανόνα, μια εξοντωτική αλληλοσφαγή ή μια σειρά άλληλοσφαγών. Ας θυμηθούμε τα μυκηναϊκά βασίλεια: Είτε αλληλοεξοντώθηκαν είτε αυτοκαταστράφηκε το καθένα από μόνο του. Ας θυμηθούμε επίσης την ελληνική αρχαιότητα: Ο Πελοποννησιακός πόλεμος, ένας γενικευμένος και αγριότατος εμφύλιος πόλεμος, ήταν αυτός που κατέστρεψε τον αρχαιοελληνικό πολιτισμό, ενώ ό,τι απέμεινε βάλθηκαν στη συνέχεια να το αποτελειώσουν τα ελληνιστικά βασίλεια, πολεμώντας αδιάκοπα μεταξύ τους. Αν οι Έλληνες δεν είχαν την τύχη να κατακτηθούν από τους Ρωμαίους, λέει ο Τόυνμπη, θα είχαν αλληλοεξοντωθεί ως τον τελευταίο. Συχνά χρειάζεται να προστεθούν στους εμφυλίους πολέμους οι εξωτερικές βαρβαρικές επιδρομές, για να έλθει το τέλος. Αν από τη σκοπιά της διπλής αυτής απειλής, κοιτάξουμε «τι είναι» ο πολιτισμός, αυτός θα εμφανιστεί μπροστά μας σαν ένα πολύπλοκο σύστημα αμυντικών οχυρώσεων, απέναντι στην εξωτερική «βαρβαρότητα», αφ’ ενός, και απέναντι στην εσωτερική «αγριότητα», αφ’ ετέρου. Βεβαίως στο τέλος τα φράγματα σαρώνονται. Η ιστορική αθανασία είναι ανέφικτη. Η αποτελεσματικότητα όμως των πολιτισμικών «αναχωμάτων» παραμένει εντυπωσιακή. Παράδειγμα η Κίνα και το Βυζάντιο, όπου γιγαντιαίες ανθρώπινες συσσωματώσεις κατόρθωσαν να συμβιώνουν λίγο-πολύ ειρηνικά, για απίστευτα μεγάλα χρονικά διαστήματα. Πώς επιτυγχάνεται το θαύμα αυτό; Ιδού το μεγάλο μας αίνιγμα.»

Σκοπός της Κοινωνικής οντολογίας ως επιστημονικής θεωρίας είναι η γνωσιολογική ενίσχυση της όποιας πρακτικής-επιχειρησιακής σκέψης διαθέτουμε για την λειτουργική απάντηση σ’ αυτό το ερώτημα. Που αναφέρεται στη θεμελίωση του θεσμισμένου κοινωνικού χώρου, σύμφωνα  με «τον τρόπο της του παντός διοικήσεως», που είναι η Δικαιοσύνη, ως βάση της αναγκαίας ανάσχεσης-αποτροπής των εσωτερικών και εξωτερικών «αιτιών πολέμου».

Κατά συνέπεια: Για να κάνει κανείς την μετάβαση από το επίπεδο της φιλοσοφικής οντολογίας της ελευθερίας, στο επίπεδο της κοινωνικής οντολογίας της ελευθερίας, δεν έχει παρά να «ιστορικοποιήσει» την εξ ορισμού ανιστορική φιλοσοφική οντολογία, «προβάλλοντάς» την στο ιστορικό γίγνεσθαι της κοινωνικής θέσμισης.

Μεθοδολογικά, η αναγκαία «ιστορικοποίηση» καθίσταται δυνατή διά της «προβολής» στο ιστορικό γίγνεσθαι των θεμελιωδών οντολογικών εννοιών «Ουσία», «Υπόσταση», «Ενέργειες», απ’ όπου και δύνανται να ανακτηθούν έχοντας προσλάβει την ιστορική «σάρκα» που τους λείπει. Ως τέτοιες θα είναι αντίστοιχα: το «Συλλογικό» (υποκείμενο), το «Ατομικό» (υποκείμενο) και η «Σχέση» (ή Σχέσεις). Για να αποτελέσουν έτσι τους θεμελιώδεις όρους της ζητούμενης «κοινωνικής» οντολογίας. ( [3] )

Το «Συλλογικό» ενσαρκώνει  την «Ουσία» σε συλλογικό υποκείμενο, το «Ατομικό» ενσαρκώνει την «Υπόσταση» και οι «Σχέσεις» τις «Ενέργειες». Δεν είναι φυσικά δυνατόν να διευκρινίσουμε εδώ πλήρως τα της αντιστοιχίας, που ενώ για τα ζεύγη Υπόσταση – Ατομικό και Ενέργειες – Σχέσεις μοιάζει αυτονόητη, για το ζεύγος Ουσία – Συλλογικό όχι, εξ αιτίας της οντολογικής κυριαρχίας πάνω μας του δυτικού νομιναλισμού.

Πώς από την Ουσία, που το εύλογο αντίστοιχό της είναι η Ανθρωπότητα γενικά, μπορούμε να πάμε στην χαοτική ετερότητα, που υποδηλώνει η έννοια Συλλογικό; Δεν είναι άραγε αυθαίρετη η παρεμβολή ανάμεσα στην απρόσωπη γενική Ουσία-Φύση μας και στην προσωπική μας Υπόσταση, ενός ιδιαίτερου οντολογικού επιπέδου, απαρτιζόμενου από «συλλογικά υποκείμενα»; Και μάλιστα κόντρα στην απόλυτη ακατανοησία, εκ μέρους των ήδη διαπαιδαγωγημένων με το κυρίαρχο οντολογικό πρόταγμα, ότι «υπάρχουν μόνο άτομα και κενό», τα δε συλλογικά είναι απλώς τυχάρπαστα συμβατικά μορφώματα;…

Το επιχείρημά μας ήταν ο -κάθε άλλο παρά εξωπραγματικός-  ισομορφισμός Ουσίας και Συλλογικού. Η «Ανθρωπότητα» υφίσταται, ακριβώς, ως χαοτικό σύνολο ιστορικών πολιτισμών με διακεκριμένη ταυτότητα-ετερότητα, η οποία, αν υποδηλώνει κάτι, είναι η δράση Συλλογικών «υποκειμένων». Αυτών που χορηγούν στο άτομο την «ανθρωπινότητα-ανθρωπότητά» του, ως «υποκειμένου». Πράγμα, που θα το αντιληφθεί κανείς με τον πιο οδυνηρό και για τούτο αναντίλεκτο τρόπο, όταν μοίρα κακή, τον ξεβράσει «ξένο», «λαθρομετανάστη» ή «πρόσφυγα», στον μεταξύ των ιστορικών Συλλογικών, αθέσμιστο – μη πολιτισμικό χώρο...

Το φαινομενικά πιο αυτονόητο, η αντιστοίχηση Ενεργειών – Σχέσεων, χρειάζεται εδώ ιδιαίτερη διευκρίνιση, διότι στον όρο Ενέργειες η βυζαντινή οντολογία δίδει νόημα, που ούτε καν περνά από το μυαλό του συγχρόνου ανθρώπου.

Εξηγούμαστε: Δεδομένου, ότι διά της οντολογικής σημασίας των Ενεργειών, αποδίδεται η δυνατότητα του ανθρώπου να συνεργεί στην «καλή αλλοίωση» των σχέσεών του (με τον Θεό και τον Πλησίον), το αποτέλεσμα της «προβολής» δεν συναποκομίζει την «σχέση γενικά», αλλά την αδιαμεσολάβητη –προσωπική- σχέση, εντός της οποίας και μόνο καθίσταται δυνατή η συνειδητή αυθυπερβατική «ποιότητα διαθέσεως», χάρη στην οποία η ψυχή εκτίθεται στην «Άκτιστη Ενέργεια» της υποκειμενοποιητικής αλλοίωσης. Και η «αλλοίωση» είναι Πράξη. Πράξη επιμαρτυρούμενη από τον κοινό λόγο, συνεπιφέρουσα έτσι την κριτική επιβεβαίωση της οντολογικής σημασίας των αδιαμεσολάβητων Ενεργειών-Σχέσεων, ως ποιητικού αιτίου.

Αναφερόμενη η «Σχέση», ως τρίτος κοινωνιο-οντολογικός παράγοντας, προσλαμβάνεται με την ιδιαίτερη αυτή έννοια της συνάρτησης αμεσότητας και ανοικτότητας στο Μυστήριο. Όπως π.χ. ο  έρως και η φιλία, που μας προϊδεάζουν, για το λογικώς απρόσληπτο των ποιοτικών διαστάσεων της σχεσιακής αμεσότητας, στην οποία και εστιάζεται η αντιστοίχηση Ενεργειών - Σχέσεων.

Ο κατ’ αυτόν τον τρόπο επιτυγχανόμενος ισομορφισμός της γενικής και της ιστορικής κοινωνικής οντολογίας, αναδεικνύει, ως πρωταρχικό γνωσιολογικό πρόβλημα, την συνεκτίμηση της οντολογικής αξίας των συστοιχούμενων όρων. Οπότε οι κατωτέρω αντικριζόμενοι πίνακες επιλογών, έρχονται να μας υποδείξουν τις ιδεοτυπικές εκδοχές των πιθανών κοινωνιο-οντολογικών αποφάσεων.

ΠΙΝΑΚΑΣ ΔΥΝΗΤΙΚΩΝ

επιλογων – ΑΠΟΦΑΣΕΩΝ

ΦιλοσοφικέςΚοινωνικές
1Ουσία+Υπόσταση+ΕνέργειεςΣυλλογικό+Ατομικό+Σχέσεις
2Ουσία+ΕνέργειεςΣυλλογικό+Σχέσεις
3Υπόσταση+ΟυσίαΑτομικό+Συλλογικό
4Ενέργειες+ΥπόστασηΣχέσεις+Ατομικό
5ΟυσίαΣυλλογικό
6ΥπόστασηΑτομικό
7ΕνέργειεςΣχέσεις
800

Νο 1: Τριαδική επιλογή. Είναι η επιλογή-θεμέλιο του Συλλογικού της Τρίτης βαθμίδας της Κλίμακας (: Δούλος-Μισθωτός-Φίλος). Και νοηματοδοτεί, ως παρεκβάσεις ακρωτηριαστικές της ανθρώπινης φύσης, τις τριλεκτικές (τύπου «μπούλιγκ») επιλογές Νο 2, Νο 3 και Νο 4. Κατά μείζονα λόγο είναι ακρωτηριαστικές οι παρεκβάσεις Νο 5, Νο 6 και Νο 7. Ενώ η πτώση στη Νο 8 απλώς είναι θανάσιμη.

Οι τριλεκτικές επιλογές, η αντι-ατομοκεντρική Νο 2, η αντι-αμεσοσχεσιοκεντρική Νο 3 και η αντι-κολεκτιβιστική Νο 4, που μηδενίζουν την οντολογική αξία του «τρίτου παράγοντα», είναι οι επιλογές επί των οποίων θεμελιώνονται οι αντίστοιχοι ιστορικοί πολιτισμοί. Υπολαμβάνονται ως «κανονικές» - «υγιείς», με τις παρεκβάσεις τους να είναι, αντίστοιχα, οι μονιστικές-ολοκληρωτικές επιλογές Νο 5, Νο 6 και Νο 7.

Η επιλογή Νο 8, ο οντολογικός μηδενισμός, συναντάται σε εποχές ενδογενούς «παρακμής και πτώσης» των πολιτισμών. Και είναι ο νοητός χώρος της καταστροφής ενός πολιτισμού. Και επίσης, της δυνητικής γένεσης ενός άλλου. Δηλαδή ανακύκλωσης της διάταξης των οντολογικών ελκυστών και μετάπτωσης σε μία από τις δύο εναλλακτικές κοινωνιο-οντολογικές επιλογές.

Αυτές είναι, στην ιδεοτυπική εκφορά τους, οι αναδυόμενες, από την «ιστορικοποίηση» της κριτικής φιλοσοφικής οντολογίας, εκδοχές κοινωνιο-οντολογικής απόφασης. Εννοείται, ότι ο τραγικός «ταραγμός» της ανθρώπινης φύσης, δεν αφήνει να υπάρξει τέλεια και σταθερή εξισορροπητική λύση, ούτε καν στο πρόβλημα των «δύο σωμάτων» (επιλογές Νο  2, Νο 3, και Νο 4).

Ας διευκρινίσουμε, τέλος, ότι δεν υπάρχει αμφιμονοσήμαντη αντιστοιχία, ανάμεσα στις ως άνω επιλογές-αποφάσεις και στην «εθνικότητα» του υποκειμένου των πολιτισμών. Κάθε ιστορικό πολιτισμικό υποκείμενο είναι ανοιχτό στις οκτώ αυτές επιλογές μετάπτωσης, διότι όλες τους είναι εγγεγραμμένες στη δυναμική της κοινωνιο-οντολογικής του δομής.

Βασική Πηγή των ανωτέρω  είναι: Τα δύο τέρατα και η Αριστερά. Για την παρακμή και τις δυνατότητες ανάσχεσής της. (2019 Ανοικτό Ψυχοθεραπευτικό Κέντρο και Εκδόσεις ΑΡΜΟΣ) Την ευρύτερη αναλυτική θεμελείωση των ανωτέρω, ως πρότασης Μετανεωτερικής Κοινωνικής Οντολογίας, τη βρίσκει κανείς στο βιβλίο: Η ΕΚΛΕΙΨΗ ΤΟΥ ΥΠΟΚΕΙΜΈΝΟΥ. Η Κρίση της Νεωτερικότητας και η Ελληνική Ππαράδοση. Δοκίμιο Κοινωνικής Οντολογίας (Εκδόσεις ΑΡΜΟΣ)

  ( [1] ) «Ορίζουμε κριτική οντολογία εκείνη την απάντηση στο οντολογικό ερώτημα –το ερώτημα για το Είναι και τα όντα, τη σχέση τους και τη διαφορά τους- απάντηση που να υπόκειται σε κριτική επαλήθευση, να ανταποκρίνεται στην “αρχή” της διαψευσιμότητας της γνώσης. Μια κριτική οντολογία ανατρέπει τις αντικειμενοποιημένες διανοητικές μορφές προσδιορισμού του υπαρκτικού γεγονότος –τις δογματικές, θετικιστικές, αιτιοκρατικές ή φετιχιστικές εκδοχές της αλήθειας, την αυθαιρεσία του μυστικισμού, του ανορθολογισμού, αλλά και του αυτονομημένου ορθολογισμού- μεταθέτοντας τη δυνατότητα επαλήθευσης (των όποιων γνωστικών προτάσεων) στην εμπειρική πρόσβαση, την πάντοτε υποκείμενη σε κριτική διασάφηση και πληρέστερο καθορισμό.»

 ( [2] ) Με τη λέξη Ουσία (ή Φύση) «δηλώνεται η υπαρκτική ομοείδεια, το κοινό σε συγκεκριμένα υπαρκτά είδος. Δηλαδή το σύνολο των γνωρισμάτων που συνιστούν κοινή μορφή ή τρόπο υπάρξεως.» Η λέξη Υπόσταση «δηλώνει την κάθε επιμέρους υπαρκτική πραγματοποίηση της φύσης. Την κάθε ατομική ύπαρξη, που συγκεφαλαιώνει όλα τα γνωρίσματα μιας φυσικής ομοείδειας, αλλά με τρόπο μοναδικό και ανόμοιο ως προς τις άλλες υποστάσεις της ίδιας φύσης.» Η λέξη Ενέργειες «δηλώνει τα υπαρκτικά γνωρίσματα της φύσης, που δεν είναι ποτέ στατικά, αλλά πάντοτε “γιγνόμενα” (τόσο στα έμψυχα όσο και στα άψυχα υπαρκτά). Γνωρίσματα εκδηλούμενα ως δυνάμεις-δυνατότητες της φύσης, ως τρόποι με τους οποίους πραγματώνεται (και γνωρίζεται) η υπαρκτική ομοείδεια της φύσης». (Από «Το ρητό και το άρρητο)

 ( [3] ) Στο έργο του Κονδύλη (Το Πολιτικό και ο Άνθρωπος. Βασικά στοιχεία της κοινωνικής οντολογίας Θεμέλιο, μετάφραση: Λευτέρης Αναγνώστου, επιμέλεια: Falk Horst, 2007.), που εκδόθηκε μετά τον θάνατό του,  βλέπουμε, ότι είχε καταλήξει στο τρίπτυχο Κοινωνική Σχέση - Πολιτικό – Άνθρωπος, ως εννοιολογική βάση της κοινωνικής οντολογίας των πολιτισμών. Από την ανάλυση των τριών «πτυχών» και των μεταξύ τους σχέσεων, προκύπτει σαφώς, ότι λέμε τα ίδια πράγματα με αντίστροφη σειρά: Ατομικό - Συλλογικό - Σχέσεις.  Όπου ενώ εμείς ξεκινήσαμε από τον Άνθρωπο (το Ατομικό), προς το Πολιτικό (το Συλλογικό) και τις Σχέσεις, ο Κονδύλης προτάσσει την μελέτη της Κοινωνικής Σχέσης, πριν πάει στο Πολιτικό, αφήνοντας τελευταίο το Ανθρωπολογικό σκέλος,  που το «είχε ολόκληρο στο μυαλό του, αλλά δεν το έβαλε στο χαρτί», καθώς μεσολάβησε ο αδόκητος θάνατός του. Μπορούμε ίσως να πούμε, αν συμπεριλάβουμε και την τριάδα Παπαϊωάννου, Καστοριάδη, Αξελού (βλ. Μ. Μαγγιώρου, Σύγχρονα ψέμματα και αρχαίες αλήθειες. Για μια οντολογική αναθεώρηση της Δύσης. Εναλλακτικές Εκδόσεις), ότι η καθ’ ημάς μεταευσεβιστική και μεταμαρξιστική Κοινωνιο-οντολογική αναζήτηση, έχουν συγκλίνει στην ίδια κοίτη.

Στην εικαστική πλαισίωση της σελίδας, υστερορωμαϊκό ψηφιδωτό: Υπαίθριο συμπόσιο.

ΑΠΟ ΑΝΤΙΦΩΝΟ - 10 Μαΐου 2026