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Posted on : Τετάρτη 27 Μαΐου 2026 [ 0 ] comments Label:

Teoria politica: qualcosa sta germogliando di Riccardo Paccosi

by : tinakanoumegk

- 27/05/2026

Teoria politica: qualcosa sta germogliando

Fonte: Riccardo Paccosi

Da un po’ di tempo, leggendo vari interventi, sto avvertendo l’esatta sensazione che qualcosa stia sorgendo o meglio ancora germogliando: precisamente, avverto la fase aurorale di ciò che nel contesto dell’opposizione anti-sistema è sempre mancato, ovvero un pensiero forte e soprattutto condiviso. 
Suddetto pensiero, ben lungi dall’essere già sistematico, è ancora in fase embrionale ma il punto è che sono ravvisabili categorie, concetti e termini che ricorrono da persona a persona, aspetti di visione generale del mondo che si disambiguano e si chiariscono.
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Quando la crisi della diade destra-sinistra iniziò a palesarsi tra il 2007 e il 2008, l’opposizione si diede una forma-movimento rivendicante l’idea che non vi fosse bisogno d’un pensiero: sulla scia della corrente filosofica del New Realism, il primo populismo organizzato in Italia dalla Casaleggio Associati sottintendeva che il mondo avesse bisogno solo di soluzioni tecnico-pragmatiche, neutralmente efficaci. 
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Quando poi si arrivò alla crisi di legittimazione dell’eurofederalismo negli anni 2011-2013, cominciarono a nascere le piccole formazioni sovraniste che, pur dotate d’un pensiero forte, non riuscirono mai ad andare oltre un ruolo di avanguardia perché culturalmente poco propense o materialmente poco attrezzate al lavoro sociale sui territori.
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Quando nel 2020 si inverò la tesi di Carl Schmitt secondo la quale il potere coincide con la facoltà di decretare lo stato d’eccezione, nacque una dinamica di protesta di massa che rompeva tutti i confini ideologici del passato. 
In quell’occasione il ceto militante di quell’area – compreso il sottoscritto – commise l’errore di pensare che quell’insorgenza sociale racchiudesse anche una soggettività politica: così non era, così non poteva essere perché dentro quella dinamica di massa non sussisteva un pensiero collettivo maggioritario o egemone, ma solo un coacervo di istanze culturali e prospettive filosofiche talora antitetiche fra loro.  
Veniamo, insomma, da un attraversamento del deserto che non ha riguardato solo l’organizzazione politica ma anche il pensiero politico.
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Andrebbe in primo luogo chiarito, una volta per tutte, che le persone che come il sottoscritto sono riconosciute da un certo numero di altre persone come latrici di teoria, non sono affatto quelle “più intelligenti” o “più preparate” ma solo quelle che, molto semplicemente, per indole e per applicazione hanno finito per sviluppare quella specifica tecnicalità ch’è alla base del lavoro di produzione teorica. 
Il problema è che ciascuno di noi “teorici”, in questi anni, ha coltivato solipsisticamente l’orticello del proprio pensiero, sui social e sui libri, non generando mai qualcosa d’interconnesso e che potesse puntare, quindi, a conquistare maggioranza o egemonia nella galassia dell’opposizione sociale. 
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O meglio, non lo abbiamo fatto fino a oggi giacché ultimamente, come dicevo, in maniera completamente spontanea qualche elemento di connessione sembrerebbe invece essere germogliato. Categorie condivise compaiono, si rincorrono negli interventi di persone diverse, dando così l’idea di qualcosa che si stia pian piano chiarendo e pian piano connettendo.
L’ho intravisto, per esempio, negli interventi di Gabriele Guzzi affermanti la necessità di un’analisi materialista dei processi storici e denuncianti, al contempo, il venir meno della prospettiva spirituale. 
L’ho intravisto negli sforzi di Antonello Cresti nel definire una dimensione autonoma e popolare della cultura, ovvero autonoma dalle polarità destra-sinistra che indirizzano e conformano il linguaggio e, quindi, anche la produzione artistico-culturale.
L’ho intravisto negli interventi di Valentina Ferranti volti a denunciare come una certa ideologia neoliberale sfiduciante la relazione uomo-donna stia implicando, filosoficamente, una messa in crisi dell’amore in quanto tale.
L’ho intravisto nell’intervento odierno di Vincenzo Costa volto ad argomentare come i cosiddetti “rossobruni”, tanto avversati dai neoliberali di destra come di sinistra, siano identificabili con coloro che vogliono collegare il concetto di giustizia sociale a quello di tradizione (e quindi – rilancio io – con coloro che vogliono spaccare quell’architrave del pensiero occidentale che è la distinzione fra progressismo e conservatorismo).
L’ho intravisto in decine e decine di altri interventi, che non sto a citare perché sicuramente dimenticherei qualcuno.
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Ritengo che occorra darsi degli strumenti di sinergia comunicativa, incontro fisico e discussione affinché questa potenzialità diventi fatto compiuto, affinché la connessione teorico-filosofica si alimenti e affinché si arrivi, finalmente, a una situazione in cui le idee divengono più importanti e più conosciute delle singole persone che le elaborano e le veicolano.

by : tinakanoumegk


L’allarme di Vincenzo Musacchio al Summit mondiale sui crimini economici. Le nuove multinazionali del crimine organizzato non cercano più il rumore delle armi, ma il silenzio dei mercati finanziari. Dal palco internazionale della Nigeria, l’esperto italiano traccia la via per una risposta globale e coordinata.

Abuja (Nigeria) – I crimini economici e i reati dei cosiddetti “colletti bianchi” non sono più una minaccia collaterale, ma il vero motore della criminalità organizzata transnazionale. È questo il messaggio lanciato dal professor Vincenzo Musacchio, docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata e associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark, durante il suo intervento al Convegno Mondiale sui Crimini Economici. Davanti a una platea di magistrati, investigatori ed esperti d’intelligence provenienti da ogni angolo del globo, il giurista italiano ha analizzato la profonda metamorfosi che sta interessando le moderne organizzazioni mafiose. Nel suo discorso introduttivo, Musacchio ha evidenziato come il volto del crimine organizzato sia radicalmente mutato nell’ultimo ventennio. Le mafie tradizionali hanno compreso che la violenza manifesta attira l’attenzione dello Stato e destabilizza i loro affari. Hanno, di conseguenza, progressivamente abbandonato le armi per adottare sofisticate strategie d’integrazione economica mediante corruzione. “Oggi non assistiamo più a una semplice infiltrazione, ma a una vera e propria fusione tra capitale illecito ed economia legale. Le mafie si muovono come multinazionali finanziarie, sfruttando l’ingegneria societaria, i trust e le società schermo”. Il vero pericolo, secondo il professore, è rappresentato dall’area grigia: quella fitta rete di professionisti compiacenti – commercialisti, avvocati, banchieri, funzionari pubblici, esperti informatici – che mettono le proprie competenze al servizio dei clan per ripulire il loro denaro sporco. Dai crediti d’imposta ai subappalti legati ai grandi piani di ripresa internazionali (come il PNRR in Italia), ogni flusso di denaro pubblico diventa un bersaglio primario per queste “holding del crimine”. Per arginare un fenomeno che per sua natura ignora i confini geopolitici, Musacchio ha indicato tre direttrici fondamentali su cui i governi mondiali devono muoversi immediatamente. La cooperazione giudiziaria transnazionale che dovrà utilizzare strumenti d’intelligence finanziaria integrati a livello globale e riforme legislative omogenee. Se le mafie si muovono alla velocità di un clic finanziario, la giustizia non può restare bloccata dalle lentezze delle normative nazionali. L’utilizzo di tecnologie moderne, (intelligenza artificiale e big data) per l’analisi predittiva dei flussi finanziari e il monitoraggio in tempo reale dei contratti e dei subappalti. Il potenziamento di nuovi strumenti investigativi (come intercettazioni telematiche, trojan, reti mobili avanzate) per limitare i reati di corruzione nella pubblica amministrazione e di conseguenza le infiltrazioni mafiose. A conclusione del suo intervento, Musacchio ha ricordato che nessuna legge, per quanto severa, sarà mai sufficiente se non supportata anche da una profonda rivoluzione sociale e culturale. L’allarme finale dell’esperto italiano suona come un monito per le future generazioni: un’economia inquinata dai colletti bianchi distrugge la concorrenza leale, soffoca il mercato e toglie dignità al lavoro onesto. La lotta alla corruzione e ai reati economico-finanziari deve essere considerata una priorità assoluta per la tenuta stessa dei sistemi democratici globali. Combattere la corruzione significa anche contrastare le nuove mafie che corrompendo riescono a raggiungere i più alti centri del potere.

by : tinakanoumegk


 

 

Παμποντιακή Ομοσπονδία ΗΠΑ- Καναδά. Εκδηλώσεις για τη Γενοκτονία


Παμποντιακή Ομοσπονδία ΗΠΑ- Καναδά. Εκδηλώσεις για τη Γενοκτονία

Ρεπορτάζ Φώτης Παπαγερμανός 

ΝΕΑ ΥΟΡΚΗ. Διπλό μήνυμα κατάφεραν να στείλουν και φέτος οι Πόντιοι της Μητροπολιτικής Νέας Υόρκης καθώς σε δυο εκδηλώσεις που έγιναν σε απόσταση τριών ημερών μεταξύ τους, τίμησαν με ιδιαίτερο τρόπο την μνήμη των θυμάτων της Γενοκτονίας των Ποντίων.

Η πρώτη έγινε το Σάββατο στην Παναγία Σουμελά στη Νέα Ιερσέη, όπου εψάλη τρισάγιο και η δεύτερη στον Άγιο Νικόλαο, ανήμερα της επίσημης ημέρας μνήμης, στο Ground Zero, παρουσία της Μονίμου Αντιπροσώπου της Ελλάδας στον ΟΗΕ, πρέσβεως Αγλαΐας Μπαλτά, όπου εκτός από το τρισάγιο δόθηκε και ομιλία από τον καθηγητή κ. Θεοφάνη Μαλκίδη, ο οποίος έδωσε έμφαση στην υπόθεση της αναγνώρισης της Γενοκτονίας.

Ήταν από τις λίγες φορές, που ταυτόχρονα και με λαμπρό περιεχόμενο η πρωτοβουλία των Ποντιακών Συλλόγων σε συνεργασία με την Παμποντιακή έφερε το ζήτημα της αναγνώρισης της Γενοκτονίας στην επιφάνεια.

Αλλά, ίσως το σπουδαιότερο, εκεί στον τόπο θυσίας χιλιάδων θυμάτων της τρομοκρατικής επίθεσης, μια χούφτα παιδιών τραγούδησε με δάκρυα στα μάτια ένα ποντιακό μοιρολόγι. Μια από τις περιπτώσεις που λες ότι έγινε μάρτυρας μιας ανεπανάληπτης στιγμής.


Κατάθεση στεφάνων

Η εκδήλωση στο Γουέστ Μίλφορντ της Νέας Ιερσέης, οργανώνεται από το Ιερό Ίδρυμα Ποντίων Αμερικής και Καναδά και τελεί υπο την αιγίδα της Παμποντιακής Ομοσπονδίας. Έτσι το βράδυ του περασμένου Σαββάτου τελέστηκε εσπερινός και τρισάγιο. Ακολούθησε η κατάθεση στεφάνων στον χώρο  μνημείου για τα θύματα της Γενοκτονίας.

Κατόπιν στο Πολιτιστικό Κέντρο του ιδρύματος, δόθηκε ομιλία από την Συντονίστρια εκπαίδευσης στο Ελληνικό Προξενείο κα. Δήμητρα Πατρωνίδου. Το συμπέρασμα της ομιλίας συνοψίζεται σε μια καταληκτική φράση της ομιλήτριας, που επεσήμανε ότι είναι ιδιαίτερα σημαντικό να γίνει πράξη η αναγνώριση της Γενοκτονίας, γιατί με τον τρόπο αυτό σβήνει μια κακή πράξη, που διαιωνίζεται.

Να σημειώσουμε εδώ την παρουσία νέων, αγοριών και κοριτσιών από το Νόργουολκ του Κονέκτικατ, με τις παραδοσιακές τους στολές.


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Την Τρίτη το απόγευμα, η εκδήλωση ξεκίνησε και πάλι με εσπερινό στο ναό του Αγίου Νικολάου, στο Σημείο Μηδέν. Κι εκεί η παρουσία των νέων έδωσε το στίγμα ότι η μνήμη δεν αφήνεται να γίνει λήθη, αλλά αντίθετα μεταδίδεται από γενιά σε γενιά.

Μετά το τρισάγιο που τέλεσε ο π. Ανδρέας Βυθούλκας, ιερατικός προϊστάμενος του Αγίου Νικολάου, ο Δρ. Χαράλαμπος Βασιλειάδης, πρόεδρος του Ιερού Ιδρύματος «Παναγία Σουμελά» παρουσίασε τους καλεσμένους και μεταξύ άλλων, την Πρέσβη της Ελλάδας στα Ηνωμένα Έθνη κα Άγη Μπαλτά και τον Πρόξενο κ. Πέτρο Δώριζα καθώς και τους προέδρους των Ποντιακών Συλλόγων και της Νεολαίας, αλλά και τον Πρόεδρο της Παμποντιακής Ομοσπονδίας κ. Μιλτιάδη Τσαβδαρίδη. Και κοντά τους, ο πρόεδρος των Κομνηνών, η πρόεδρος του Ποντιακού Συλλόγου του Τορόντο και ο Πρόεδρος του Συλλόγου Ακρίτες, από την Φιλαδέλφεια.

Ανεξάρτητα βέβαια από τους χαιρετισμούς και μόνο η παρουσία όλων των συλλόγων έδωσε από μόνη της μήνυμα ενότητας και κοινής πορείας, κάτι που δύσκολα συναντούμε στις μέρες μας.


Μπορεί αρκετοί από εμάς να μην το είχαμε σημειώσει αλλά η 19η Μαΐου, είναι μια από τις πιο σημαντικές ημέρες μνήμης.  

Αυτή την φορά η παρουσία του καθηγητή Θεοφάνη Μαλκίδη, υπογράμμισε με τον καλύτερο τρόπο την σημασία της διεκδίκησης να αναγνωριστεί επιτέλους η Γενοκτονία , που όπως είπε ο κ. Μαλκίδης, έγινε από τον δάσκαλο του Χίτλερ, τον Κεμάλ . Κι επειδή, συμπλήρωσε ο κ. Μαλκίδης, τότε πέρασε ατιμώρητη, επαναλήφθηκε από τον Χίτλερ, ωστόσο μετέπειτα η Γερμανία ζήτησε «συγνώμη».

Ειδική αναφορά έκανε ο κ. Μαλκίδης στην απόφαση του πρώην Κυβερνήτη της Νέας Υόρκης Τζορτζ Πατάκι, να αναγνωρίσει την Ποντιακή Γενοκτονία το 2002. Από τότε ακολούθησαν κι άλλες Πολιτείες και σήμερα σε έξι Πολιτείες η Γενοκτονία των Ποντίων διδάσκεται στα σχολεία.


Είχε διαβάσει, πρόσθεσε, το βιβλίο της Thea Hallo» και πήρε την ιστορικού χαρακτήρα απόφαση. Και μάλιστα, όπως τόνισε, λίγους μήνες μετά το 9/11. «Δεν ήταν συνωστισμός», επεσήμανε, «αλλά ήταν Γενοκτονία».


Ο καθηγητής καταλήγοντας επεσήμανε ότι η Ανάσταση, θα είναι η αναγνώριση της Γενοκτονίας.

Στην μητέρα της Θία Χάλο, την αείμνηστη Γιαγιά του Πόντου Σάνο Χάλο, αναφέρθηκε και η Πρέσβης της Ελλάδας στα Ηνωμένα Έθνη κ. Αγλαΐα Μπαλτά, που θύμισε ότι της απέδωσε την Ελληνική Υπηκοότητα καθόσον υπηρετούσε ως Γενική Πρόξενος.

Χαιρετισμό απηύθυνε και ο Πρόξενος κ. Πέτρος Δώριζας.


Η πιο συγκινητική ωστόσο στιγμή, ήρθε προς το τέλος και φυσικά είχε την δική της άκρως συμβολική της σημασία. Εκεί στον χώρο της θυσίας, κάτω από την αγιογραφία της θυσίας τόσων αθώων ψυχών του 9/11.

Τα παιδιά των Ποντίων, όλα μαζί, με μια φωνή, με μια αναπνοή, τραγούδησαν έναν θρήνο, μπροστά στην ωραία πύλη.


Η ομιλία του Θεοφάνη Μαλκίδη 


Κυριακή 24 Μαΐου 2026

Ο Αγώνας αναγνώρισης της Γενοκτονίας

 








Θεοφάνης Μαλκίδης 


Ο αγώνας αναγνώρισης της Γενοκτονίας 


Η συνέντευξη στον τηλεοπτικό σταθμό Θράκη Νετ


Αναγνώριση της Γενοκτονίας : όταν οι θύτες θα αποδεχθούν το έγκλημά τους, όταν τα θύματα θα ζήσουν την Ανάσταση.








Θεοφάνης Μαλκίδης

Αναγνώριση της Γενοκτονίας: όταν οι θύτες θα αποδεχθούν το έγκλημά τους, όταν τα θύματα θα ζήσουν την Ανάσταση.

Από την ομιλία στην εκδήλωση για τη Γενοκτονία, εκδήλωση την οποία οργάνωσε η Πανποντιακή Ομοσπονδία ΗΠΑ- Καναδά στον Άγιο Νικόλαο στο Ground Zero. Νέα Υόρκη 19 Μαΐου 2026.

Νιώθω συγκίνηση για πολλούς λόγους γιατί βρίσκομαι εδώ σ΄αυτόν το φορτισμένο χώρο, όπου η βία και ο θάνατος νίκησαν προς στιγμήν την πολιτική και τη ζωή, όμως τελικώς ο αγώνας , η Ανάσταση επικράτησε της σιωπής , της άρνησης, της Σταύρωσης.

Ο αγώνας που δώσαμε και δίνουμε για την αναγνώριση της Γενοκτονίας των προγόνων μας, είχε, έχει και θα έχει αποτελέσματα. Πριν ακριβώς εικοσιπέντε χρόνια ξεκίνησε ο αγώνας διεθνοποίησης όταν λάβαμε την πρώτη αναγνώριση από τον κυβερνήτη της Νέας Υόρκης και από τότε πετύχαμε, παρά τα εμπόδια και τις δυσκολίες, πάρα πολλά.

Για την αναγνώριση του εγκλήματος της Γενοκτονίας, για τις εξορίες, τις διώξεις, τις σφαγές, τη βαρβαρότητα που υπέστη ο Ελληνισμός από τις ακτές της Ιωνίας μέχρι την Καππαδοκία και από τη Θράκη μέχρι τον Πόντο, για τη σχεδιασμένη, προγραμματισμένη προσπάθεια εξαφάνισης του Ελληνικού έθνους. Για το οργανωμένο σχέδιο που αποτελεί Γενοκτονία τόσο στον τύπο, όσο και στην ουσία του (χωρίς παραγραφή όσα χρόνια και εάν περάσουν) όρου της σχετικής σύμβασης του ΟΗΕ και του διεθνούς δικαίου. Σύμβασης και δικαίου που προβλέπουν κυρώσεις για τους υπεύθυνους και για τους αρνητές, χωρίς να υπάρχει παραγραφή, που προβλέπουν επανόρθωση, αποζημίωση, αποκατάσταση των θυμάτων και των απογόνων τους.

Για τη δολοφονία, για το μαζικό έγκλημα, για τη Γενοκτονία ενός εκατομμυρίου Ελληνίδων και Ελλήνων μέχρι σήμερα δεν έχει αποδοθεί δικαιοσύνη και ως ατιμώρητη πράξη επαναλήφθηκε από την Ίμβρο, την Τένεδο, την Κωνσταντινούπολη και την Κύπρο, μέχρι το Δίστομο και τα Καλάβρυτα.

Οι αιτίες της σιωπής

Οι λόγοι της μη εφαρμογής της δικαιοσύνης, της διαχρονικής ατιμωρησίας, της διαφυγής των εγκληματιών και της άρνησης της Τουρκίας, που προκαλούν και επαναλαμβάνουν τη Γενοκτονία, ήταν και παραμένουν πολλοί:

Πρώτος (και ίσως για πολλούς και ο πιο βασικός):

Η Ελλάδα σιώπησε για δεκάδες χρόνια, αρνούμενη να προωθήσει την αναγνώριση της Γενοκτονίας, υπονομεύοντας κάθε σχετική προσπάθεια, υιοθετώντας «το δόγμα της ακεραιότητας της Τουρκίας», «της συνοχής του ΝΑΤΟ», «της υποχώρησης έναντι του πειρατή εξ΄ ανατολών», που παριστάνει το κράτος. Κανένας, δυστυχώς, θεσμός της Ελληνικής Δημοκρατίας δεν ακολούθησε το παράδειγμα άλλων κρατών, όπως για παράδειγμα η Αρμενία, που υπέστησαν το ίδιο Ολοκαύτωμα και με πολιτικές αποσιώπησης επέβαλλε τη λήθη, την άρνηση. Πολιτικές οι οποίες εξελίχτηκαν στην Ύβρη με την πρόταση για Νόμπελ ειρήνης στο Μουσταφά Κεμάλ, στον εθνομηδενισμό του «συνωστισμού στη Σμύρνη», στην άρνηση της Γενοκτονίας από Υπουργούς και Βουλευτές, στις καταθέσεις στεφάνων στο μαυσωλείο του δάσκαλου του Χίτλερ Μουσταφά Κεμάλ και πολλά άλλα…..

Δεύτερος λόγος ήταν η στάση της Τουρκίας:

Το τουρκικό κράτος λειτουργώντας ως μηχανισμός εξαφάνισης, βίας, θανάτου, χρηματοδοτεί και ενισχύει κάθε προσπάθεια εξαφάνισης της Γενοκτονίας, διαστρεβλώνοντας την αλήθεια, αρνούμενη την ευθύνη της, απειλώντας και δυστυχώς δολοφονώντας κάθε φωνή που αναδεικνύει το μαζικό έγκλημα (φυλακίσεις ακτιβιστών, δολοφονίες του δημοσιογράφου Χράντ Ντινκ, του πάστορα της Σάντας Μαρία στην Τραπεζούντα Αντρέα Σαντόρο κ.ά) .

Και τρίτος λόγος, αλλά και όχι τελευταίος, αποτέλεσε η υποκριτική στάση αλλά και στάση σιωπής της λεγόμενης «διεθνούς κοινότητας».

Στάση η οποία ξεκινώντας από τις σφαγές από τους Νεότουρκους, μέχρι το αποκορύφωμα της Γενοκτονίας από τους Κεμαλικούς στον Πόντο το 1919 και στην προκυμαία της Σμύρνης το 1922 και συνεχίζοντας μέχρι σήμερα, αδυνατεί να ακολουθήσει παραδείγματα παραδοχής του εγκλήματος (π.χ. η πράξη του Βίλυ Μπραντ για την ευθύνη της Γερμανίας, τα συγκλονιστικά στοιχεία απόδειξης τέλεσης της Γενοκτονίας (π.χ Χόρτον και Μοργκεντάου). Έτσι με αυτόν τον τρόπο επιλέγει να νομιμοποιεί, να «ξεπλένει» την Τουρκία.

Στην παραπάνω επιλογή, πράξη, τακτική, της αδιάφορης και απούσας Αθήνας, της ένοχης Άγκυρας, της διεθνούς κοινότητας των στυγνών συμφερόντων, ήρθε η αντίδραση, το καθήκον, η υποχρέωση, το χρέος μνήμης και αποκατάστασης της αλήθειας και της ιστορίας, η αναγκαιότητα της αναγνώρισης.

Από τις πρώτες συναντήσεις στις κοινότητες των προσφύγων στη Μακεδονία και την Αθήνα, από τις πρώτες εκδόσεις για τη Γενοκτονία, μέχρι τη ψήφιση από τη Βουλή των Ελλήνων του νόμου για την ημέρα μνήμης της Γενοκτονίας, ο αγώνας είχε πολλά εμπόδια, θλίψεις, δοκιμασίες, απώλειες και επώδυνες στιγμές. Οι ίδιες δυσκολίες εμφανίστηκαν και συνεχίζουν να υφίστανται, αλλά πλέον το ζήτημα της Γενοκτονίας έχει πάρει την οδό της ιστορικής αποκατάστασης, της δικαιοσύνης, της αναγνώρισης. Και ειδικά εδώ στις ΗΠΑ ο αγώνας έχει αποτελέσματα και θα έχει και άλλα !

Έσχατο αλλά όχι τελευταίο: το παραπάνω κείμενο αφιερώνεται στους πρόσφυγες και τους επιζώντες από τη Γενοκτονία, αφιερώνεται στους Έλληνες και τους Φιλέλληνες οι οποίοι αγωνίζονται για την αναγνώριση του ατιμώρητου εγκλήματος και συναντηθήκαμε από τον Έβρο μέχρι την Κρήτη και από το Καστελλόριζο μέχρι τα Διαπόντια νησιά, από τη Λευκωσία, την Πάφο, τη Λεμεσό, τη Λάρνακα και την κατοχική γραμμή, μέχρι την Κορυτσά, τη Χιμάρα, τους Αγίους Σαράντα, τους Βουλιαράτες, τη Βόδριστα, το Αργυρόκαστρο και στη Διασπορά: στις ΗΠΑ, στον Καναδά, στη Γερμανία, στην Ελβετία, στη Σουηδία, στη Γαλλία, στην Ιταλία, στην Αρμενία, στη Ρωσία, στη Γεωργία, στην Αυστραλία, ακόμη και στην Τουρκία!

Η ομιλία όμως αφιερώνεται ειδικά στη μνήμη του Μιχάλη Χαραλαμπίδη, του πρωτοπόρου της ανάδειξης της Γενοκτονίας.

Όπως έγραψε στο βιβλίο του «το Ποντιακό Ζήτημα, «η αναφορά στους νεκρούς μας αποτελεί έκφραση σεβασμού προς την ίδια την Ευρώπη και τις αξίες οι οποίες αποτελούν τα θεμέλια της οικοδόμησης της. Οι Νεότουρκοι και οι Κεμαλικοί δεν δολοφονούσαν μόνο τους ανθρώπους, δολοφονούσαν έναν Ευρωπαϊκό και οικουμενικό πολιτισμό….. Η δική μας διανοητική, ηθική και αγωνιστική δέσμευση κρίθηκε, καθορίσθηκε από την αγάπη μας προς τη ζωή, προς τους ανθρώπους. Από την λατρεία της ιδεολογίας της ζωής και την εναντίωσή μας στις ιδεολογίες του θανάτου που αντιπροσωπεύουν ο Κεμαλισμός και ο Ναζισμός. Είναι πολύ το αίμα που χάσαμε τόσο εμείς όσο και οι άλλοι αυτόχθονες λαοί της Μικράς Ασίας. Εμείς όμως παρ’ όλη αυτήν την απώλεια αίματος αγαπητών μας προσώπων, δεν θέλουμε, δε ζητάμε το αίμα μας πίσω. Δεν επιδιώκουμε την αντεκδίκηση, την ισοπαλία. Τόσο αίμα χάσαμε, τόσο αίμα θέλουμε από εσάς. Εμείς είμαστε απόγονοι αυτών που έπλασαν την περιοχή της Μικράς Ασίας, της Ελλάδας, ως Ζώνη της Ανθρωπότητας όπως την ονόμαζε ο Κικέρων. Εμπνεόμαστε από τις ιδεολογίες της Ζωής και όχι του Θανάτου. Αγαπούμε τους λαούς και τους ανθρώπους που εμπνέονται από τα ίδια μ’ εμάς ιδανικά. Εμείς είμαστε με τη ζωή. Αυτός είναι ο δικός μας ανθρωπιστικός ορίζοντας. Σ’ αυτό δεν θα είμαστε μόνοι. Θα είναι μαζί μας οι Μούσες από τον Όλυμπο έως το Αραράτ…».

Ο Μιχάλης Χαραλαμπίδης ήταν ο πρωτοπόρος διανοούμενος, ο ξεχωριστός πολιτικός, ο ιδιαίτερος άνθρωπος ο οποίος άνοιξε και έδειξε το δρόμο διεκδίκησης, μνήμης και δικαιοσύνης. Ο αγώνας πλέον για την αλήθεια γίνεται και γι΄ αυτόν !

MALKIDIS
by : tinakanoumegk

24 Maggio 2026

(estr. di Massimo Fini – ilfattoquotidiano.it) – […] In un recente articolo sul Fatto, Maria Rita Gismondo afferma che: “La scienza non possiede intenzioni proprie: è uno strumento”. Si intende qui la Scienza tecnologicamente applicata e non la conoscenza, perché questa è consustanziale all’uomo. Secondo Gismondo, la Tecnologia è in sé e per sé avalutativa, dipende cioè dal modo in cui viene applicata. La Tecnologia non è mai innocente, dipende dal modo in cui viene applicata, di questo si rende conto anche Gismondo quando afferma: “La Scienza ha dato all’uomo un potere che supera la sua capacità di gestirne pienamente le conseguenze”. Il fatto è che quando uno scienziato pone in essere un’innovazione che sembra utilissima non è in grado di valutarne le varianti che mette in circolo. È la questione fondamentale dell’ambiguità della Scienza tecnologicamente applicata, così ben centrata da Martin Heidegger in La questione della tecnica del 1953. Heidegger è stato l’ultimo vero filosofo occidentale, per non parlare dell’Italia, dove è impossibile considerare filosofo quel gonfio di Massimo Cacciari, chi abbia voglia e tempo di triturarsi le palle legga L’Angelo necessario. Più valido se mai è Gianni Vattimo col suo “pensiero liquido”. Ma comunque sono frattaglie, del resto l’Italia non è mai stata forte nel pensiero speculativo, in tanti secoli ha espresso solo Giambattista Vico coi suoi “corsi e ricorsi” che è una sorta di scimmiottatura anticipatoria e involontaria dell’“Eterno ritorno dell’identico” di nietzschiana memoria. L’italiano è stato grandissimo nell’estetica perché nasce fra cose belle, ma non è profondo. […] Mentre Michelangelo e Raffaello dipingevano le meraviglie che dipingevano, che erano il massimo della bellezza estetica, più o meno nello stesso periodo Hieronymus Bosch e Luca Cranach anticipavano Freud e la psicanalisi. La grande introspezione psicologica è nordica (si pensi anche al Settimo Sigillo di Bergman e a tutta la sua opera) mentre il nostro Sud, penso soprattutto a Napoli e alla sua casinistica e simpatica caciara, si distingue per un disinvolto tirare a campare (“Francia o Spagna purché se magna”, ma questo riguarda l’Italia intera). È ovvio che se tu vivi fra i ghiacciai nordici, fra pinguini e foche, hai molto più tempo per pensare. Da questa classificazione sfugge però Leonardo da Vinci che, col suo eclettismo – scienziato, filosofo, architetto, pittore, scultore, disegnatore, trattatista, scenografo, matematico, anatomista, botanico, musicista, geologo, ingegnere e progettista – non può essere inquadrato in nessuna di queste (in termini ippici è l’Hadol du Vivier della situazione). È la sorte di alcuni, pochissimi, geni dell’umanità, fra cui Nietzsche, filologo, filosofo, poeta, aforista, giornalista, polemista (“Sono nato postumo”).

[…] C’è però un’altra considerazione da fare: come osserva lo storico Carlo Maria Cipolla, la Tecnologia come risolve un problema ne pone altri dieci, ancora più complessi. Quindi la Tecnologia ci costringe ad avvitarci in un giro vizioso senza fine. Altro che essere indifferente.

Più cauti furono in questo senso gli antichi Greci. Attraverso i loro formidabili matematici, Pitagora e Filolao tra gli altri, e i loro filosofi, avrebbero potuto costruire, soprattutto i presocratici, Talete, Anassimandro, Anassimene, macchine molto simili alle nostre, ma ritenevano che l’hybris dell’uomo avrebbe provocato, lo dico nei loro termini, la phthonos theòn, cioè ‘l’invidia degli Dei’ e quindi l’inevitabile punizione. […]

Certo, nemmeno i Greci avrebbero potuto arrivare al digitale e all’Intelligenza Artificiale. E sarebbe stato solo un bene anche perché l’IA toglie all’umano una delle sue caratteristiche essenziali: l’intuizione. Per questo gli indigeni delle isole Andamane, non ancora civilizzate, per loro fortuna, si sono salvati durante il maremoto del 2004, mentre gli andemanensi “civilizzati” sono morti come in tutte le altre isole dell’arcipelago. C’è un aneddoto significativo: l’isola di Sumatra stava più o meno nell’epicentro del maremoto. A un certo punto il guardiano di un faro, provvidenzialmente alto, vede che tutti gli animali si misero a correre verso la collina, gli uccelli smisero di cinguettare. Lui guardò il mare e non capiva: in quel momento era calmissimo. Evidentemente gli animali, e con loro gli indigeni, avevano sentito per istinto che c’era qualcosa che non quadrava.

Nietzsche, filologo prima che filosofo, era contrario a Socrate e Platone perché, con la loro intelligenza lineare, molto simile a quella dell’Intelligenza Artificiale, avevano compresso e soffocato ciò che di più autentico c’è nell’essere umano, l’istinto, ed è la situazione in cui viviamo tutt’oggi.

by : tinakanoumegk

 - 24/05/2026

Riflessioni su un genocidio

Fonte: Badiale & Tringali

1. Premessa: le condizioni di un genocidio

Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.

In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato ad una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.

Mi sembra che queste vicende recenti confermino la sostanziale impunità di cui gode Israele ormai da decenni, e che il complesso degli eventi del conflitto in Palestina renda pressante gli interrogativi che questo intervento vuole affrontare: da dove arriva questa sostanziale impunità di Israele? Quali sono le sue “condizioni di possibilità”? E soprattutto, come si può superare questa situazione?

Se è chiara, come dicevo sopra, la generale esigenza strategica statunitense di controllo dell’area mediorientale tramite l’alleato israeliano, i problemi che mi pongo in questo scritto sono due: quello di comprendere le mediazioni attraverso le quali tale esigenza si traduce in costruzioni ideologiche diffuse che rendono accettabile, fra la popolazione dei paesi occidentali, la sostanziale impunità di Israele, e quello di iniziare una critica radicale di tali costruzioni ideologiche.

 

2. La religione dell’olocausto

La mia tesi è che una tale basilare costruzione ideologica, che permea da decenni lo “spirito del tempo” nei paesi occidentali, sia quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, un atteggiamento spirituale che, rispetto al tema di cui stiamo parlando, diventa “religione dell’olocausto”. Uso il termine “religione” perché mi sembra che tali costruzioni ideologiche presentino tutte le caratteristiche di una fede religiosa secolarizzata. I principi cardine della “religione dell’olocausto” sono ben noti: in primo luogo, il genocidio ebraico è il Male Assoluto della storia umana, un evento di violenza assoluta, unica, imparagonabile a qualsiasi altra vicenda storica; in secondo luogo, di riflesso, il popolo ebraico che ha subito tale violenza è la Vittima Assoluta, e in quanto tale ha un “credito morale eterno” nei confronti del resto dell’umanità e in particolare del popolo tedesco, responsabile del nazismo che ha portato al genocidio. Questi principi delimitano i confini di ciò che in Occidente è “rispettabile” nel dibattito politico-culturale. Non rispettare tali confini espone all’accusa di “antisemitismo”, che è l’equivalente di una scomunica. I dogmi della religione dell’olocausto sono diventati, in vari paesi e in vari modi, obblighi di legge, per cui la scomunica di cui si diceva può comportare conseguenze legali. La religione dell’olocausto, oltre ai dogmi sopra enunciati, ha ovviamente una sua liturgia, usualmente denominata “politica della memoria”: film, romanzi, spettacoli televisivi, interventi nelle scuole, viaggi scolastici ad Auschwitz, sono tutte pratiche liturgiche il cui scopo è estendere e rafforzare la presa del dogma religioso sulla popolazione.

Questa nuova religione contemporanea copre i crimini di Israele in vari modi: in primo luogo, traccia una linea divisoria fra l’area sacra del Male Assoluto e l’area profana dei tanti mali della storia umana, ai quali appartengono anche le violenze di Israele, che quindi appaiono meno rilevanti e significative rispetto al Male Assoluto. In secondo luogo, qualsiasi opposizione alle violenze di Israele, in quanto violenze operate dalle Vittime del Male Assoluto, appare come un attacco a tali Vittime, ed è quindi imputabile di contiguità col Male Assoluto stesso. Vale a dire che qualsiasi critica allo Stato di Israele o all’ideologia sionista può essere accusata di contiguità con l’antisemitismo, e quindi può essere classificata come infetta dal Male Assoluto: in questo modo essa viene espulsa dall’area del discorso pubblico accettabile, ed eventualmente può essere legalmente repressa. In terzo luogo, è solo Israele, e la Diaspora che lo supporta, a decidere cosa è antisemitismo e cosa no. La religione dell’olocausto, cioè, ha come conseguenza che chi opera violenze e crimini decide se le critiche a tali violenze e crimini hanno diritto di esistenza nel discorso pubblico accettabile oppure no.

Si può osservare, infine, che è soprattutto la pretesa a un credito morale eterno, ad una assoluzione preventiva eterna, a costituire la premessa spirituale del genocidio. È importante sottolineare che non c’è nulla di specificamente ebraico in questo. Qualsiasi individuo e qualsiasi gruppo umano che godesse di una assoluzione preventiva eterna rispetto ai propri atti, finirebbe per compiere atti orribili.

 

3. Per una critica della religione dell’olocausto

Per combattere l’orrore del genocidio occorre allora combattere la religione dell’olocausto e la sua politica della memoria. Occorre respingere punto per punto la visione della storia che è sottesa alla religione dell’olocausto. Si tratta ovviamente di un compito immane, visto che la religione dell’olocausto è da decenni una componente essenziale dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. In questo scritto devo limitarmi ad indicare alcuni punti che mi sembrano essenziali.

1. Il nazismo è il colonialismo applicato all’Europa.

In primo luogo, per criticare la religione dell’olocausto occorre criticare la visione del nazismo in essa implicita, e sostituirla con un’altra, che si porterà dietro una “politica della memoria” completamente diversa. Nella visione ufficiale l’antisemitismo e il genocidio ebraico sono gli aspetti fondamentali del nazismo, che ne fanno qualcosa di unico e non paragonabile ad altri eventi storici. Occorre allora compiere l’azione “blasfema”, nei confronti della religione dell’olocausto, di negare questa visione diffusa. Non si tratta di inventarsi nuove teorie, ma di riprendere il filo (interrotto nella coscienza di massa) delle classiche interpretazioni marxiste del nazismo. Intendo cioè sostenere che per combattere la sacralizzazione di Israele occorre ricominciare a parlare di nazismo nei modi in cui ne hanno sempre parlato i marxisti: ovvero, in primo luogo, come un’impresa imperialistica e colonialistica, in quanto tale necessariamente razzista, omicida, sterminista. Il punto fondamentale, nel nazismo, non è l’antisemitismo, ma è l’unione di imperialismo e colonialismo. La differenza specifica del nazismo rispetto alle forme precedenti di imperialismo e colonialismo è stata chiarita da intellettuali non occidentali come Aimé Césaire: si tratta del fatto che col nazismo, per la prima volta, le pratiche imperialistiche e coloniali sono applicate ai popoli europei. Il nazismo è “colonialismo applicato all’Europa”, ed è questo il punto decisivo per comprenderne le dinamiche, non l’antisemitismo. La Seconda Guerra Mondiale non si combatte per decidere il destino degli ebrei, la Germania non invade la Polonia per uccidere gli ebrei, ma per crearsi un impero coloniale nell’Est europeo (polacco e russo), sterminando, cacciando o schiavizzando le popolazioni native (gli slavi, e certo anche gli ebrei). È all’interno di questo progetto imperialistico e coloniale che si attua il genocidio ebraico, conseguenza dell’antisemitismo nazista. Antisemitismo nazista e genocidio del popolo ebraico sono fatti storici, ma non sono i fatti decisivi per la comprensione del nazismo.

2.Tutte le vittime sono uguali.

Un altro aspetto da rifiutare, nella religione dell’olocausto, è la sua politica selettiva della memoria. Occorre mettere in primo piano il fatto che la violenza imperialistica della Germania nazista (e dei suoi alleati come Giappone e Italia) ha provocato decine di milioni di vittime: più di 20 milioni solo fra i cittadini dell’URSS. Altri milioni nel corso della lunga occupazione giapponese della Cina, morti sui quali in Occidente non ci si è mai soffermati molto. E anche parlando solo dei campi di concentramento, in essi sono morte tante altre persone, oltre agli ebrei: per esempio milioni di prigionieri di guerra sovietici. Fra tutte queste vittime, fra tutti questi milioni di morti, si è scelto per decenni di porre tutta la luce, tutta l’attenzione sui sei milioni di morti ebrei. La cosa poteva avere un senso esclusivamente se il genocidio ebraico fosse stato assunto a simbolo di tutta l’altra violenza, se dire “mai più” avesse significato “nessun popolo deve mai più subire nulla di simile” e non “gli ebrei non devono mai più subire nulla di simile”. È chiaro che le cose non sono andate così: invece di un rifiuto universalistico della violenza imperialistica e colonialistica che ha portato a violenze ed orrori culminati nel genocidio ebraico, si è avuta una gerarchizzazione selettiva della condizione di vittima, che è stata essenzialmente ristretta al popolo ebraico ed è stata assunta come condizione ereditaria, per poter essere usata a perpetua scusante di ogni crimine dello Stato di Israele, creando così le “condizioni di possibilità” del genocidio di Gaza. Rifiutare la “religione dell’olocausto” implica rifiutare tale politica selettiva della memoria e sostenere la costruzione di una politica universalistica della memoria.

 

3. Il sionismo: un’impresa coloniale

È ben noto che religione dell’olocausto è divenuta uno dei pilastri dell’ideologia sionista (nonostante quest’ultima nasca ben prima), perché la creazione dello Stato ebraico in Palestina appare come una forma di risarcimento per le Vittime Assolute, e quindi come una conseguenza inevitabile della sconfitta dell’antisemitismo nazista. Per criticare questo nesso, occorre utilizzare rigorosamente la caratterizzazione del nazismo come estrema e più radicale impresa imperialista e colonialista. È facile capire che ogni impresa coloniale comporta una qualche forma di razzismo nei confronti della popolazione nativa, perché dire che i nativi sono “non-completamente-umani” è il modo migliore per giustificare il fatto che gli si porta via la terra e li si rende servi, in un modo o nell’altro. Ma questo implica logicamente la possibilità della violenza, perché, una volta creata una categoria di esseri “non-completamente-umani”, nei loro confronti cadono i limiti che in ogni cultura tengono a bada la violenza contro gli umani.

Il nazismo rappresenta il culmine della vicenda coloniale europea, il momento in cui il colonialismo europeo diventa “autofagico”, si rivolge contro la stessa Europa. E la sconfitta del nazismo rappresenta la fine della legittimità degli imperi coloniali. Se questa caratterizzazione è corretta, l’eredità della lottta antinazista sta nelle lotte anticoloniali che si sono susseguite nel secondo dopoguerra, e che hanno portato alla fine degli imperi coloniali europei.

Ma la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, fatta contro la volontà della popolazione nativa, e realizzata con il trasferimento di ebrei di vari paesi, è una impresa coloniale voluta dalle grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta quindi non della rottura col passato imperialista e colonialista dell’Occidente, culminato nel nazismo, ma al contrario di una sua estrema filiazione. Lungi dall’essere espressione dei valori della lotta antinazista, la creazione dello stato di Israele è cioè in piena continuità con quel passato di violenza coloniale che trovò la sua più atroce espressione nel nazismo.

In quanto progetto coloniale il sionismo riproduce tutti gli aspetti disumanizzanti, nei confronti dei nativi, tipici di ogni forma di colonialismo. I crimini del sionismo sono conseguenze inevitabili del progetto sionista, che è quello di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non è ebrea e non desidera far parte di uno Stato ebraico. In questa situazione, la realizzazione del progetto sionista implica necessariamente una delle seguenti azioni, o una loro combinazione:

1. La dittatura del popolo eletto, cioè l’accoglimento di una parte della popolazione nativa in posizione subordinata.

2. La pulizia etnica.

3. Il genocidio.

La concreta politica dello Stato di Israele è passata nei decenni dall’una all’altra di queste possibili azioni, iniziando con la pulizia etnica al tempo della creazione dello Stato, passando attraverso la dittatura militare imposta alle popolazioni dei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni e arrivando al genocidio con la recente guerra contro i civili di Gaza. A questo proposito occorre forse spendere qualche parola sul concetto di “dittatura militare”. È noto che uno dei punti fondamentali della propaganda filoisraeliana è la nozione di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente”. Il punto è che si tratta di una “democrazia del popolo dei signori”, cioè di una democrazia non universalistica, che quindi non è una vera democrazia. Democrazia vorrebbe infatti dire “potere del popolo”, e nei tempi moderni questo significa che il popolo soggetto a un potere statale ha diritto di controllo sul potere stesso, innanzitutto tramite il voto. Ora, da poco meno di sessant’anni, i palestinesi dei territori occupati sono sottoposti a un potere che incide pesantemente sulle loro vite (per esempio, creando sempre nuove colonie israeliane) ma rispetto al quale essi non hanno nessun potere di controllo. I cittadini israeliani votano e, in linea di principio, potrebbero votare partiti decisi a fermare la creazione di colonie in Cisgiordania. I palestinesi della Cisgiordania non possono farlo. Perciò il potere israeliano nei loro confronti è un potere sul quale essi non hanno nessun controllo o contrappeso, è cioè un potere tirannico, dittatoriale. E non si tratta di una situazione contingente: l’occupazione israeliana dura da quasi sessant’anni, più della metà della vita dello Stato di Israele. Abbiano cioè a che fare con uno Stato che esiste da circa ottant’anni e che negli ultimi suoi sessant’anni di esistenza ha esercitato un potere dittatoriale su una popolazione che non ha nessun mezzo di difesa da esso, e in particolare nessun diritto di voto su di esso. Di fronte a queste considerazioni, la definizione di Israele come Stato democratico sembra non reggere. D’altra parte, questa situazione non è un fatto casuale, un imprevedibile effetto collaterale: esso è conseguenza logica del progetto sionista, che è quello, ripetiamolo, di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non desidera far parte di tale Stato. L’occupazione militare di terre abitate dai palestinesi è allora necessaria, all’interno del progetto sionista, e quindi è necessaria la dittatura militare nei confronti delle popolazioni occupate. La caratterizzazione dello Stato di Israele come dittatura militare sui palestinesi è cioè intrinseca alla natura stessa del progetto sionista, almeno finché esisteranno palestinesi in Palestina.

 

4. Sionismo e antisemitismo

Come tutte le fedi fanatiche, anche la religione dell’olocausto copre le proprie contraddizioni accusando di malvagità coloro che la criticano. L’accusa ovvia è quella di antisemitismo. È allora interessante notare che il sionismo condivide alcuni assunti fondamentali con l’antisemitismo. Sostenendo che gli ebrei sono un popolo che deve costituire un proprio Stato etnico in Palestina, il sionismo implica che i cittadini ebrei di Francia, Germania, Inghilterra, Polonia ecc. non sono cittadini come tutti gli altri. La cosa appare del tutto evidente se si pensa che viene presentato come un fatto ovvio e naturale che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sopravvissuti si trasferiscano in Palestina. Questo è certo umanamente comprensibile: persone perseguitate, vittime di atroci violenze che sfuggono a un panorama di distruzione e cercano di rifarsi una vita. Cos’altro potevano fare? La risposta però è banale. Gli ebrei sfuggiti al genocidio potevano fare quello che alla fine della guerra hanno fatto tutti gli altri profughi e prigionieri (compresi molti ebrei come Primo Levi): tornarsene ai loro paesi, alle loro case. Il sionista può replicare che le case erano distrutte, e i paesi di cui gli ebrei erano cittadini, in molti casi li avevano perseguitati. E a questo si potrebbe rispondere che le case si ricostruiscono, e che milioni di uomini e donne in tutto il mondo avevano sofferto sacrifici fino alla morte per sconfiggere il nazismo e quindi anche il suo antisemitismo. Ma non si tratta qui di discutere su cosa fosse possibile fare in quel momento. Si tratta di capire il significato delle scelte allora compiute. Scegliendo di abbandonare i loro paesi di origine per la Palestina, i fondatori dello Stato di Israele in sostanza hanno espresso il messaggio che i cittadini ebrei italiani, polacchi, francesi eccetera sono diversi dagli altri cittadini italiani polacchi francesi eccetera.. Perché un italiano polacco francese eccetera, alla fine della guerra, ha l’unico pensiero di tornarsene al proprio paese, alla propria casa, e non gli passerebbe mai per la testa di andare a fondare un altro Stato da qualche altra parte. L’idea che una minoranza, in qualsiasi modo determinata, di cittadini, per esempio italiani, se ne vada dall’Italia per fondare un altro Stato sarebbe assurda, (e significherebbe solo che quegli italiani non si sentono più tali). A nessuno verrebbe in mente che sarebbe una buona idea se i marchigiani andassero a fondare uno Stato marchigiano in Patagonia o in Scozia. O che gli italiani omosessuali andassero a fondare uno Stato per omosessuali in Paraguay. E si noti che nel caso degli omosessuali vi sono evidenti analogie con gli ebrei: anche gli omosessuali hanno subito una persecuzione secolare che è culminata con l’internamento nei lager nazisti. Il punto fondamentale del mio argomento è che la tesi sionista sulla fondazione di uno Stato ebraico nel quale radunare gli ebrei del mondo equivale all’affermazione che gli ebrei italiani polacchi francesi eccetera sono cittadini diversi dagli altri (dagli altri italiani polacchi francesi che non si sognerebbero di fondare altri Stati altrove). Ma questa è esattamente la tesi dell’antisemitismo, che infatti non vuole necessariamente lo sterminio degli ebrei, ma vuole in ogni caso separare, in un modo o nell’altro, i cittadini ebrei dagli altri cittadini (italiani polacchi francesi eccetera), appunto per la diversità dei primi. Il sionismo e l’antisemitismo concordano nel ritenere che gli ebrei non siano “veramente” italiani polacchi francesi eccetera. Il sionismo riprende le fondamentali tesi antisemite.

 

4. Autorità della vittima?

Abbiamo accennato, all’inizio, al fatto che la “religione dell’Olocausto” è un caso particolare di quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, una complessa costruzione culturale che oggi costituisce una struttura di fondo dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. Questo articolo vorrebbe essere, fra l’altro, un invito alla critica di tale complesso culturale per favorirne il superamento. Naturalmente, qui possiamo discuterne solo alcuni elementi. Uno di essi è l’assunzione a guide morali sacre, quindi non criticabili, di persone che hanno subito violenza in un modo o nell’altro. Anche su questo occorre, io credo, assumere una posizione radicalmente “atea”, che rifiuti tale sacralità e sviluppi un discorso che apparirà necessariamente blasfemo alle orecchie della maggioranza della popolazione, che ha assorbito la “religione delle vittime”. Il punto di partenza potrebbe essere la seguente frase, attribuita a Sartre (non ho un riferimento preciso): “non importa ciò che ti hanno fatto, ma ciò che tu fai con quello che ti hanno fatto” . L’essere vittima è un fatto assolutamente casuale, che non ha nessun legame con ciò che è o ciò che fa o ha fatto la vittima. È proprio questa assoluta casualità ciò che colpisce nelle vicende delle vittime del genocidio nazista o di altri eventi simili. Ciò significa che l’essere vittima non dice nulla su ciò che è la persona, sulle sue qualità o sui suoi difetti. Ma l’autorità, morale o intellettuale, di una persona dovrebbe dipendere da ciò che tale persona è sul piano morale o intellettuale, e da come essa manifesta questo suo essere, non dal fatto che le siano capitate delle disgrazie o che abbia subito violenze. E se ha subito violenze, è solo il modo in cui elabora quello che ha subito a determinare il suo valore morale o intellettuale. Di conseguenza, aver subito la violenza nazista di per sé non dà nessuna autorità intellettuale per parlare del nazismo, se non come testimone. Naturalmente, le testimonianze sono importati, e gli storici le usano, ma poi le elaborano all’interno di un percorso intellettuale di comprensione teorica. L’esperienza, da sola, non dice nulla. I soldati sopravvissuti a una guerra hanno esperienza della guerra stessa, ma quanti hanno realmente compreso le dinamiche profonde di quello che hanno vissuto? Solo quei pochi che hanno studiato e approfondito e riflettuto a lungo. Questo per quanto riguarda il piano dell’autorità intellettuale, dell’autorità cioè nella comprensione storica e filosofica degli eventi. Per quanto riguarda il piano dell’autorità morale, il principio è analogo: il giudizio morale su una persona lo si dà in base a ciò che quella persona fa o dice, cioè a quanto dipende da lei, non al fatto di aver subito violenza, che è qualcosa che non dipende dalla persona stessa. Se una vittima del nazismo esprime posizioni che in ultima analisi fungono da supporto al genocidio perpetrato a Gaza, tale persona, ai miei occhi, non ha nessuna autorità morale, esattamente come chi esprime le stesse posizioni senza aver subito violenza. Ognuno è quello fa, non quello che ha subito.

 

5. Non siamo migliori dei tedeschi

Esaminiamo adesso, per concludere, un altro dei dogmi della religione dell’Olocausto: quello della colpa inestinguibile dei popoli europei, e in particolare dei tedeschi. L’evento del genocidio ebraico, questa incursione del Male Assoluto entro la storia umana, lascia per sempre infetti i popoli che ne sono stati portatori, condannandoli ad un’eternità di espiazione, che si traduce nell’appoggio acritico a qualsiasi politica dello Stato di Israele. In questo modo la religione dell’Olocausto costruisce una netta separazione fra i popoli europei di allora, affetti dal Male Assoluto (i “volonterosi carnefici di Hitler”) e i devoti popoli europei di oggi, genuflessi di fronte alle Sacre Vittime dell’Olocausto (i “volonterosi carnefici del sionismo”, si potrebbe dire).

Ma la critica alla religione dell’olocausto va portata anche su questo punto. La prima considerazione da fare riprende la tesi esposta all’inizio, che vede il nazismo come estrema manifestazione di imperialismo e colonialismo. Di conseguenza, ammesso che abbia senso parlare di una responsabilità collettiva (e di questo bisognerebbe discutere, ma farlo adesso comporterebbe una diversione), essa non è tanto dei tedeschi, ma dell’intero Occidente, per le sue pratiche imperialiste e colonialiste che attraversano l’intera epoca moderna, accentuandosi nel corso dell’Ottocento. Ma anche restringendo il campo visuale al genocidio ebraico attuato dal nazismo, mi sembra necessario dire qui una sgradevole verità: noi occidentali contemporanei, devoti fedeli di ogni forma di religione delle vittime, non siamo migliori dei tedeschi contemporanei del genocidio ebraico. Abbiamo assistito a un genocidio facendo poco o nulla, cosa che è stata sempre rimproverata al popolo tedesco. Ma loro, i tedeschi degli anni dal ‘42 al ‘45, nel momento di concreta attuazione del genocidio, avevano, rispetto a noi, molti più ostacoli nel “fare qualcosa”. I punti essenziali a questo proposito sono due: in primo luogo, essi sapevano poco o nulla sulla realtà dei lager e del genocidio. Certo, sapevano per il regime era antisemita e chi era a contatto con cittadini ebrei sapeva che gli ebrei tedeschi sparivano (ovviamente il tedesco medio non sapeva nulla di quanto accadeva agli ebrei polacchi o sovietici). Ma rispetto a quello che accadeva agli ebrei deportati, il regime non faceva certo pubblicità. In Germania le notizie erano controllate da un regime dittatoriale che rendeva rischiosa la semplice ricerca dei fatti. Paragoniamo questa situazione con quella di noi occidentali rispetto alla quantità strabordante di informazioni che abbiamo ricevuto sulle stragi e le distruzioni a Gaza. È evidente che non c’è paragone possibile. Noi tutti in Occidente sappiamo, o abbiamo possibilità di sapere con estrema facilità, enormemente di più sul genocidio a Gaza di quanto potesse sapere il tedesco medio sul genocidio ebraico negli anni in cui questo si svolgeva.

Il secondo punto essenziale riguarda il fatto che, oltre a sapere, abbiamo possibilità di intervenire, di manifestare, di protestare, molto maggiori rispetto ai tedeschi sotto il nazismo. E infatti, quando, dopo due anni di genocidio, abbiamo cominciato a farlo, qualche effetto c’è stato. Nessun paese occidentale è una dittatura paragonabile a quella nazista, almeno finora. Certo ci sono da decenni spinte a ridurre gli spazi di libera espressione del pensiero, ed esse si sono fatte più forti proprio in risposta alle proteste per Gaza, come si è visto soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma rimane comunque uno spazio per protestare, che assolutamente non esisteva nella Germania nazista.

Tutto questo ci dice che gli abitanti dei paesi occidentali, paesi i cui dirigenti politici hanno attivamente sostenuto il genocidio, sono enormemente più responsabili, verso questo genocidio, di quanto fossero i tedeschi all’epoca del genocidio ebraico.

Ma tutto questo è normale: l’essere umano medio non è un eroe, e in condizioni di crisi pensa prima di tutto a mettere al sicuro sé stesso e le persone care. Questo hanno fatto i tedeschi sotto il nazismo. Certo non sono stati eroi: nello loro larga maggioranza, non hanno messo a rischio sé stessi per proteggere gli ebrei. Ma questo è esattamente quanto si può dire dei popoli dei paesi occidentali rispetto al genocidio di Gaza: non siamo stati eroi, non siamo migliori dei tedeschi di quegli anni.

Queste considerazioni hanno una importante conseguenza: i tedeschi devono porre termine alla loro penitenza infinita. In primo luogo, i tedeschi di quegli anni hanno fatto quello che abbiamo fatto tutti, per quasi due anni, rispetto al genocidio di Gaza. In secondo luogo, se c’è una colpa, questa è dei contemporanei alla violenza verso le vittime della violenza. Non dei discendenti dei contemporanei verso i discendenti delle vittime. Nessun essere umano nato dopo il 1945 ha nessun debito nei confronti delle vittime ebraiche del genocidio, tanto meno nei confronti dei loro discendenti. I tedeschi hanno un solo obbligo morale, ed è lo stesso che abbiamo tutti noi esseri umani: essere testimoni di verità e giustizia. E la verità è che oggi c’è un popolo martirizzato, ed è il popolo palestinese, e c’è un carnefice, ed è lo Stato di Israele. E giustizia chiede che la vittima sia protetta e il carnefice contrastato. La vittima di oggi, il carnefice di oggi. Non quelli di ottant’anni fa.